Cina, il declino di una meteora?

di Roberto Nardella

cina nikeNella prima metà di novembre 2013 si è svolta la conferenza del partito comunista cinese.

Tra gli argomenti trattati ha avuto grande rilievo la necessità di sostituire il loro modello di crescita basato sulle esportazioni e gli investimenti che hanno innescato tre decenni di rapida crescita, ma che oramai è a corto di benzina a causa del raffreddamento dei consumi in occidente, soprattutto nella zona euro.
I sostenitori della riforma affermano che Pechino deve frenare i privilegi e il ruolo dominante delle imprese statali che reputano inefficienti e colpevoli di essere il freno della crescita stessa.

Nella relazione il partito di governo si è impegnato a facilitare gli ostacoli ai concorrenti privati nei mercati controllati da società statali, anche se hanno ribadito che l’industria di proprietà del governo è il cuore dell’economia. Il rapporto conclude così: “Dobbiamo promuovere una ordinata apertura verso l’esterno”
Possiamo stare tranquilli che questa riforma incontrerà una strenua resistenza da parte degli “interessi costituiti”, in particolare dai colossi statali che servono come macchine clientelari per capi di partito, oligarchi, burocrati e ras vari. Come sappiamo la corruzione non è solo cosa italiana: ogni mondo è paese.

Grande rilievo ha avuto anche la questione del figlio unico:
il rapporto ha detto che il partito di governo alleggerirà la politica del “figlio unico” ribadendo che il PPC consentirà alle coppie formate a loro volta da due figli unici ad avere due figli. Da uno studio si evince che questa legge coprirà in tutto 16 milioni di coppie, ovvero, una gocciolina in un oceano.
I cinesi più ricchi i figli possono tranquillamente farli: devono pagare solo una multa di 1400 dollari per ogni bambino in più. Questa speciale “tassa” ha generato $ 2,8 miliardi di entrate in più per gli enti locali lo scorso anno.

Il governo cinese sostiene che la sua politica di controllo delle nascite, risalente agli anni ‘70, ha aiutato il paese a rallentare la crescita della popolazione e a conservare più a lungo le risorse.

Ma l’età media della popolazione cinese, composta da 1,4 miliardi di persone, aumenta inesorabilmente e i leader del partito comunista temono che tra 10, massimo 15 anni, non ci saranno abbastanza lavoratori per sostenere una esponenziale crescita dei pensionati.

I cambiamenti non avranno nessun impatto sulla disponibilità di manodopera per i prossimi 20 anni. La crisi demografica della Cina è già in pieno svolgimento. La forza lavoro è diminuita considerevolmente già l’anno scorso, una forte caduta che si è verificata prima del previsto. Il Fondo monetario internazionale segnala che i numeri relativa alla futura mancanza di manodopera stanno andando in “declino precipitoso”: carenza di manodopera di 140 milioni di unità poco dopo il 2030. Quello che colpisce maggiormente è che il Partito comunista ha mantenuto tali rigorosi dogmi sino ad ora: la riforma del figlio unico arriva con almeno 20 anni di ritardo.

Vi invito a leggere questo studio eseguito nel 2011 da Sonia Matrella, circa il complicatissimo sistema pensionistico cinese:
questo il LINK …da cui ho estratto dei piccoli ma importantissimi periodi:

<nel 2020 ad aver superato la soglia dei 60 saranno oltre 248 milioni di cinesi, cifra che quasi raddoppierà nel 2050 incidendo su un quarto della popolazione.>

<Al di là dei progressi compiuti negli ultimi anni, la strada verso un livellamento delle disuguaglianze in fatto di tutela degli anziani è ancora lunga. Oltre a ciò il Dragone si ritrova a fare i conti con un altro problema di grossa portata: quello costituito dal debito pensionistico. Secondo una stima della Banca Mondiale, la Cina si ritrova con un debito pensionistico che oscilla tra il 120% e il 140% del PIL. Una cifra impressionante se si considera che su 780 milioni di lavoratori solo 150 milioni godono di una copertura pensionistica.>

<Resta però lo squilibrio enorme tra le pensioni riservate ai funzionari pubblici, quelle dei lavoratori delle imprese e quelle degli agricoltori
La popolazione ultrasessantenne diventa sempre più povera, complice anche l’inflazione che attanaglia il gigante asiatico.
E se tra i principali obiettivi di Pechino si colloca la stimolazione della domanda interna, è certo che con una così ampia fetta di popolazione in gravi difficoltà economiche i consumi interni tarderanno a decollare.>

Nel vertice appena concluso si è anche parlato di abolizione dei famosi “campi di rieducazione” ma di una cosa NON si è discusso affatto: l’inquinamento di mare, aria e terra, sottosuolo compreso.

Tutti sappiamo in quale genere di difficili condizioni ambientali versano quasi tutti i Paesi emergenti: in Cina, il tutto è all’ennesima potenza.

I dati non vengono diffusi dalle autorità cinesi poiché sono a tutti gli effetti “segreto di Stato”. Possiamo facilmente trovare in internet, su qualsivoglia motore di ricerca, filmati, servizi e articoli vari che ci rendono immediatamente l’immagine di qualsiasi città industriale cinese: una cappa di smog densissimo le avvolge completamente, asfissiando i suoi abitanti. I metalli pesanti presenti sul suolo e nel sottosuolo stanno avvelenando la terra e. soprattutto, le falde freatiche.

Le loro industrie pesanti, alimentate prevalentemente a carbone, immettono nell’aria particelle tossiche altamente nocive che finiscono direttamente nel ciclo alimentare. Se facessimo un parallelo con le nostre realtà più inquinate, quali l’ILVA di Taranto o la “terra dei fuochi”, scopriremmo che queste zone, al confronto, godono di ottima salute.

Il modello economico cinese è prossimo ad un crack di dimensioni epiche.

L’indice preliminare PMI di novembre stilato congiuntamente da HSBC Holdings e Markit Economics è sceso infatti a 50,4 punti dai 50,9 di ottobre.
I nuovi ordini per le esportazioni cinesi sono scivolati inoltre al minimo in tre mesi. Ma non sono solo i dati a preoccupare la Cina e l’economia mondiale.
Pechino ci fa sapere che il prossimo anno una o due piccole banche cinesi potrebbero fallire e considerata la loro dipendenza dai prestiti a breve termine, a fallire saranno anche alcuni fondi di investimento.

I dati mostrano inoltre che i prestiti non performanti delle banche cinesi sono saliti per il settimo trimestre consecutivo fino alla fine di giugno; si tratta della fase più lunga in almeno nove anni. La presenza dei crediti inesigibili sta diventando la vera spina nel fianco della Cina.

Goldman Sachs prevede infatti che il paese potrebbe far fronte a perdite sui crediti fino a $3.000 miliardi, sulla scia del rischio di default dei debiti; un valore che sarebbe superiore a quello visto in altre crisi dei debiti.

In più, Fitch avverte che il valore totale dei crediti balzerà fino a quasi il 250% del Pil nazionale, quasi il doppio rispetto al 130% del 2008.

Ho tratto degli stralci di Tom Stevenson, dal “the telegraph” :

<L’età d’oro non tornerà per un lungo tempo a venire. Dieci anni fa le stelle erano allineate a favore dei mercati emergenti.
La Cina ha aderito all’economia globale, aumentando la produttività e agendo come una calamita per gli altri paesi in via di sviluppo.
Sulla stessa scia, i prezzi delle materie prime aumentavano costantemente. L’inflazione è stata contenuta.

La Cina è emersa. Il suo passaggio ad un’economia dei consumi matura significa che l’outlook per le materie prime è scarsa.
L’inflazione difficilmente scenderà ulteriormente, mentre alcuni Paesi che hanno imparato la moderazione dopo la crisi delle tigri asiatiche, o sono caduti giù dal carro o sono con forti disavanzi di conto corrente.
Più pericolosamente, il senso di marcia per i rendimenti USA è chiaramente alto.
Ciò significa che i flussi di capitale positivi degli ultimi cinque anni, apprezzando le valute e il calo dei tassi di interesse sono in procinto di andare in retromarcia.
Le valute dei Paesi in via di sviluppo continueranno a scendere, i tassi dovranno salire e la regolazione in molti casi sarà molto dolorosa.
La domanda più importante è se i venti contrari descritti potrebbero esplodere in una più grave tempesta.
Le più grandi sfide sono in una manciata di paesi – tra cui l’India, l’Indonesia e il Brasile – dove ampi disavanzi di bilancia commerciale minacciano continuamente la debolezza delle loro monete e, a loro volta, portano ad un aumento dell’inflazione e quindi dei tassi di interesse, delle difficoltà aziendali, dell’aumento dei crediti inesigibili e, infine, alla fuga di capitali.
Chi ha investito nei mercati Emergenti ha comprato un biglietto di sola andata per otto anni.
Purtroppo, sarà un lavoro ancora più duro per il prossimo futuro.>

Sulla scorta di questi dati capirete perché sostengo che la Cina ha tutte le carte in regola per diventare una meteora: hanno fatto tutto troppo in fretta.

Roberto Nardella

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