Conformismo e sottomissione- una pagina di Anatolij Rybakov

Anatoli-Ribakov

di Alfredo Cosco

Da sempre nella letteratura ci sono opere memorabili e momenti, passaggi, estratti emblematici, quasi “definitivi”, nell’immortalare qualcosa capace di “parlare” nel tempo, anche molti anni dopo che quel libro è sorto, e che all’epoca a cui apparteneva sono seguite altre epoche. Del resto è questa la vera forza dei “classici”, essere non cadaveri imbalsamati, ma opere vive, vive anche dopo secoli.

Uno di questi libri è “Gli anni del Grande Terrore” dello scrittore sovietico Anatolik Ribakov, pubblicato nel 1989,che riprende le vicende narrate ne “I figli dell’Arbat”, e che verrà seguita da “Il Terrore”; il tutto costituisce una trilogia che è stata considerata una delle più importanti opere sul terrore staliniano.

Ribakov aveva conosciuto nel 1931 il confino in Siberia per attività controrivoluzionarie. Vide coi suoi occhi la degenerazione politica e sociale dell’epoca dello stalinismo, e la “corruzione morale” dilagante che esso aveva generato. Le sue opere più importanti non poterono essere pubblicate nel momento in cui le aveva scritte; dovettero passare decenni, perché esse potessero venire alla luce per il grande pubblico.

La citazione che riporto in questo articolo e che tra poco leggerete non è, però, utile solamente ai fini della comprensione della degradazione dell’epoca staliniana. E’ una citazione decisamente emblematica per rappresentare un certo tipo di atteggiamento, un atteggiamento dove conformismo e sottomissione si uniscono.

L’estratto citato si colloca nell’epoca dei grandi processi farsa staliniani; processi che servirono a Stalin per spazzare via tutta la vecchia guardia bolscevica (e anche altre persone che con con essa non avevano alcun rapporto). Quei processi furono il simbolo dell’annientamento di ogni idea di civiltà giuridica. Tutte le deposizioni si basavano su falsità clamorose e deliranti che gli imputati erano costretti pronunciare dopo essere stati “lavorati” con ogni genere di tortura, umiliazione, ricatto; comprese anche le minacce di imprigionare e sterminare i loro famigliari se non avessero reso le testimonianze che a loro si richiedevano. In particolare, il brano di Rybakov fa riferimento al processo del 1936 che si concluse con la condanna alla fucilazione anche di Zinov’ev e Kamenev, due membri celebri del primo gruppo che fece, con Lenin, la Rivoluzione d’Ottobre.

Sasa è un confinato, che legge sui giornali la ricostruzione dei quel processo e che capisce subito che troppe cose non tornano, che le deposizioni sono troppo concordanti, meccaniche e assolutamente “irreali”. Sasa capisce che si stava giocando sporco, che, in un modo o nell’altro, stava avvenendo una manipolazione della verità. E resta colpito da come gran parte dell’intellighenzia si schierava pubblicamente e ferocemente contro gli imputati di quel processo (ma anche degli altri processi). Rybakov, tramite Sasa, cita alcuni dei più grandi scrittori, scienziati, artisti. Lo scenario che ci trasmette è indimenticabile. Quella che vediamo è la rappresentazione tragica e grottesca della prostituzione di ogni forma di onestà intellettuale da parte di coloro che proprio avrebbero dovuto mantenerla o almeno non tradirla platealmente. 

Espressioni come .. “Per generazioni verranno ricordati con immutata ira e disprezzo questi bastardi che si sono affollati alla porta dell’imperialismo in putrefazione”… “Che vergogna! Che sangue nero scorre nelle vene di questi ex uomini! L’ira e l’indignazione mi impediscono di scrivere. Posso soltanto esclamare che il mondo non ha bisogno di questi traditori.”…”In mezzo all’aria pulita, fresca che si respira nel nostro meraviglioso e fiorente paese socialista, d’un tratto si è levato il fetore rivoltante di questa carogna politica. Uomini già diventati da tempo cadaveri politici, putrefacendosi e marcendo, avvelenano l’aria intorno. Ma proprio all’ultimo stadio di putrefazione sono diventati non soltanto abominevoli, ma anche socialmente pericolosi… Le parole non bastano ad esprimere pienamente la propria indignazione. Sono persone che hanno perso gli ultimi tratti di parvenza umana. Bisogna annientarli, distruggerli come carogne che hanno inquinato l’aria pura e frizzante del paese sovietico, carogne pericolose”.

Un concerto di odio, di disprezzo violento verso persone innocenti vittime della macchina di morte staliniana. Una sottomissione totale fino alla venerazione al Potere in quel momento dominante. Un diventare parte integrante e fanatica della Menzogna politica. Un fare a gara a chi era più feroce e, allo stesso, più servile.

Pagine come questa sono un insegnamento perenne. Ci ricordano di quante volte, in altre epoche, anche più recenti -seppur in contesti anche molto diversi, senza un partito unico al potere, senza la tortura, senza la rappresaglia sui famigliari, ecc- le elité intellettuali, i grandi scrittori, scienziati, artisti e.. aggiungerei. economisti.. hanno tradito sistematicamente e consapevolmente la verità, allineandosi a quello che riconoscevano, in quel momento, come il vero Potere.

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Quell’inverno Sasa aspettava la posta con la stessa impazienza con cui più di due anni prima l’aveva aspettata la prima volta. L’ultimo numero del giornale che aveva letto era la Pravda con le conclusioni dell’accusa sul caso Zinov’ev-Kamenev. Era rimasto addirittura allibito, non riusciva a credere a quelle infamanti accuse. Finalmente Sasa ricevette i giornali degli ultimi giorni di agosto, di settembre e di ottobre con tutti i materiali e i protocolli del processo. Gli imputati avevano confessato di avere ucciso Kirov e di avere organizzato anche l’assassino di Stalin e di tutti i principali dirigenti del partito e dello Stato, agendo su ordine diretto di Trockij. Il processo si era svolto a porte aperte, ma era stato frettoloso, era andato avanti qualche giorno in tutto, e non c’erano avvocati difensori. Gli imputati avevano raccontato  con animazione e, si sarebbe detto, con piacere, i loro terribili crimini, e le loro deposizioni erano simili come gocce d’acqua. Nonostante il pentimento, erano stati fucilati tutti. Gli imputati avevano deposto che i loro complici non erano soltatno gli ex trockisti Radek, Pjatov, Sokol’nikov e Serebrjakov, ma anche Bucharin, Rykov, Tomskij, Uglanov. (..)
C’era qualcosa che a Sasa non quadrava. Gli imputati erano vecchi comunisti, la guardia bolscevica, compagni di eroi di Lenin, eroi dell’Ottobre, leggendari comandanti di armata della guerra civile, persone che avevano dedicato tutta la vita al partito, e tutt’a un tratto erano diventati assassini, deviazionisti, spie. I membri del Politbjuro di Lenin, persone che avevano preparato e fatto la Rivoluzione d’Ottobre, di colpo si erano messi a gettare pezzi di vetro nel cibo dei lavoratori, a guastare le macchine, erano divenuti spie al soldo dei servizi di spionaggio stranieri.
Avevano confessato tutto? Sasa non ci credeva. Confessioni così simili da dare l’impressione di essere state suggerite non potevano essere sincere. (..)
Stalin diceva una cosa, ma ne faceva un’altra. A parole era col popolo, nei fatti lo terrorizzava; la violenza e il terrore erano i suoi unici strumenti di potere.

(…)

Ma più di tutto meravigliavano Sasa i commenti. I collettivi delle fabbriche e degli stabilimenti, degli istituti universitari e dei Commissari del popolo, come al solito, prendevano posizione. Già il 16 agosto, tre giorni prima del processo, i giornali erano pieni di risoluzioni delle assemblee operaie:

“Nessuna pietà per i nemici del popolo!”.

“Annientare le canaglie!”.

“Facciamola finita con i maledetti nemici!”.

E richieste analoghe.

Ma i commenti di scrittori, artisti, scienziati famosi! Quello era davvero terribile.
Già il 1 agosto, quattro giorni prima del processo, il giorno della pubblicazione del comunicato della Procura dell’Urss sulla scoperta della congiura, lo scrittore Stavskij scriveva:

“Canaglie e fanatici, i vostri nomi saranno maledetti e calpestati nei secoli!”.

Il 20 agosto gli scrittori sovietici proclamavano:
Anna Karavaeva: “… il cuore di milioni di persone freme, i pugni si stringono di ira e di odio per i malfattori del blocco trockista-zinov’evista”.

Ivan Kataev: “Che l’ira del popolo distrugga quella tana di assassini e istigatori!”.

Vladimir Bachmet’ev: “Per generazioni verranno ricordati con immutata ira e disprezzo questi bastardi che si sono affollati alla porta dell’imperialismo in putrefazione”.

Artem Veselyj: “Anche nella nostra organizzazione partitica degli scrittori la vigilanza dei bolscevichi non è stata assolutamente sufficiente”.

Nikolaj Ognev: “La condanna della Corte suprema sarà una condanna di tutto il popolo sovietico. Sarà una condanna dura e giusta”.

Aleksandr Svirskij: “Che vergogna! Che sangue nero scorre nelle vene di questi ex uomini! L’ira e l’indignazione mi impediscono di scrivere. Posso soltanto esclamare che il mondo non ha bisogno di questi traditori.”

Il 21 agosto:
Aleksej Tolstoj: “I crimini condannabili ora non soltanto dalla Corte Suprema ma anche da tutto il proletariato internazionale sono i più putridi e vili che ci siano noti dalla storia dell’umanità”.

Il 25 agosto:
Vs. Visnevskij: “Il Presidium dell’Unione degli scrittori sovietici accoglie caldamente la risoluzione del tribunale proletario sulla fucilazione degli agenti trockisti-zinove’evisti del nazismo, dei terroristi e dei deviazionisti… Gli avvenimenti pongono il problema della radicale verifica della composizione dell’Unione degli scrittori sovietici. Bisogna sapere con chi abbiamo a che fare. Bisogna conoscere tutti i tremila membri della nostra Unione degli scrittori sovietici. Occorre studiare accuratamente tutti gli elementi della nostra organizzazione e del suo apparato”.

A. Gidat: “Chi erano questi Kamenev e Zinov’ev? Non erano uomini! Erano cani umanoidi!.

A. Barto: “… Ognuno di noi si sente profondamente sollevato perché sono stati fucilati, perché non esistono più sulla faccia della terra… Non avveleneranno l’aria del nostro paese meraviglioso!”.

Più Sasa leggeva queste dichiarazioni, più si sentiva perso. Erano scrittori! Erano la coscienza del popolo! In Russia gli scrittori eano sempre stati considerati la coscienza popolare: Puskin, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov… (..)
Anche i loro ex seguaci dell’opposizione li insultavano dalle pagine dei giornali.

Ch. Rakowskij: “Per gli assassini trockisti-zinov’evisti del compagno Kirov, per gli organizzatori dell’attentato alla vita dell’amato nostro duce compagno Stalin e degli altri dirigenti del partito e dello Stato, per i trockisti, agenti della Gestapo tedesca, non deve esserci nessuna pietà: bisogna fucilarli”.

G. Pjatakov: “In mezzo all’aria pulita, fresca che si respira nel nostro meraviglioso e fiorente paese socialista, d’un tratto si è levato il fetore rivoltante di questa carogna politica. Uomini già diventati da tempo cadaveri politici, putrefacendosi e marcendo, avvelenano l’aria intorno. Ma proprio all’ultimo stadio di putrefazione sono diventati non soltanto abominevoli, ma anche socialmente pericolosi… Le parole non bastano ad esprimere pienamente la propria indignazione. Sono persone che hanno perso gli ultimi tratti di parvenza umana. Bisogna annientarli, distruggerli come carogne che hanno inquinato l’aria pura e frizzante del paese sovietico, carogne pericolose che possono cagionare la morte dei nostri dirigenti e che hanno già cagionato quella di uno dei migliori uomini del nostro paese, un compagno e un dirigente meraviglioso come S. M. Kirov”.

Kar Radeck: “Dalla sala del tribunale in cui il collegio militare della Corte suprema dell’Urss sta esaminando il caso di Zinov’ev, Kamenev, Mrackowskij, Smirnov e di Trockij, latitante, si innalza in tutto il mondo un fetore di cadavere… Le persone che hanno levato le armi contro la vita degli amati duci del proletariato devono pagare con la testa per la loro colpa incommensurabile”.

(…)
Persino l’ero dell’Ottobre Antonio Ovscenko, anch’egli ex trockista, il 24 agosto scriveva su Izvestija:
“Non si tratta soltanto di doppogiochisti, di vili canaglie traditrici, ma è un vero e proprio reparto sabotatore del nazismo”.

E gli scienziati?

“Eliminare senza pietà i peggiori nemici dell’Unione Sovietica!” proclamavano gli accademici Bach e Keller.

“Il nostro amore per Stalin e per il partito è sconfinato” scrivevano i professori Lurjia, Visnevskij, Srevskij, Gotlib, Margulis, Gorinevskaja, Vovsi e altri. “Noi ci stringiamo come una parete vivente attorno al nostro grande duce, difendendolo, come l’incarnazione delle migliori aspirazioni dell’umanità, fino all’ultima goccia di sangue… Non deve esserci nessuna pietà per i banditi politici falliti”:

E gli operatori culturali?

Il regista Prusko:
“Dobbiamo aumentare la vigilanza bolscevica, difendere meglio le conquiste della Rivoluzione dagli attentati dei traditori della patria trockisti-zinov’evisti.

L’Artista del popolo della repubblica Ak. Vasadze:
“Chiedo la fucilazione della banda nazista. Nessuna pietà per i nemici e i traditori della nostra grande patria”:

L’Artista del popolo della repubblica M. Klimov:
“Tre giorni fa su Izvestija è stata pubblicata la poesia di una studentessa della decima classe della Prima scuola di Kadievka, Eva Nerubina. Nel ritornello di quella poesia, all’indirizzo dei terroristi trockisti-zinov’evisti, si diceva: “La fine vi aspetta, morir come cani”. Io ormai vecchio, artista del popolo della repubblica, mi unisco senza riserve a quelle parole espresse dalla bocca di un adolescente”.

Ed ecco la poesia di Eva Nerubina, che fece il giro di tutti i giornali:

“Tre volte maledetti, canaglie schifose,
di morte osaste portare minaccia,
no, non avremo nessuna pietà.
La fine vi aspetta: mori come cani!”

Questa poesia infantile mise Sasa in uno stato d’animo di terrore: un bambino voleva la fucilazione di persone come cane. E perché poi bisognava fucilare i cani? I bambini amavano gli animali, di solito. O no?

Che cosa stava succedendo? Dov’era finita la verità?

Alfredo Cosco

Alfredo Cosco 2

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