DALL’ ARISTOCRAZIA ALLA BORGHESIA

…passando per la miseria

di Marco Scarpa

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In un bel pomeriggio estivo me ne stavo sulla mia barca ormeggiata tra le tante altre barche a Lussin Piccolo, quando ti arriva una barca da diporto a vela così grande e così bella da sembrare una visione da sogno.

Sarà stata lunga intorno ai trenta-trentacinque metri e larga almeno otto; aveva le murate blu ed era coperta tutta in teak; la poppa aveva il casseretto, come gli antichi velieri e sotto lo slancio di poppa ci si passava tranquillamente in piedi navigando sul gommone.

Portava due alberi in alluminio bianchi inclinati verso poppa, come uno schooner dei banchi di Terranova, un esagerato bompresso di prua, le manovre fisse con comandi oleodinamici, le manovre correnti con winch elettrici enormi.

A bordo c’ erano almeno sette uomini di equipaggio in divisa blu; a poppa sventolava la bandiera più aristocratica possibile, quella inglese.

Una barca bella, solennemente bella; grandissima ma aggraziata; moderna ma con tutto lo stile e il carisma della tradizione; una favola, insomma, anche solo da godere con gli occhi.

Questo “romanzo galleggiante” arrivò quindi a Lussin Piccolo a metà luglio, pressappoco alle cinque di un sabato pomeriggio giusto in tempo per il thè.

Ormeggiò in banchina negli unici cinquanta metri liberi, davanti all’ edificio della Posta, dove c’è la presa per l’ acqua e dove si fermano tutt’ ora i barconi dei turisti, che però a quell’ ora ancora non c’erano.

Eseguito in modo impeccabile l’ ormeggio in circa dieci minuti, tutto l’equipaggio si mise a lavare e lustrare la barca dal bompresso allo specchio di poppa, mentre la folla della passeggiata serale si accalcava sulla banchina.

Commenti a non finire in tutte le lingue: foto, foto e ancora foto tra una confusione indescrivibile, come da dietro le transenne lungo un tappeto rosso mentre passano i divi del cinema.

A non più di centocinquanta metri tutti noi diportisti che costituiamo l’élite agli occhi dei turisti di terra, che in genere ci invidiano molto, ci sentivamo simili a tanti scarafaggi.

Mai avevamo visto tanta opulenza in tanto stile !

Intanto gli uomini dell’ equipaggio del “sogno aristocratico” si davano da fare come matti con la manichetta dell’ acqua; lucidavano tutto, con saggina e pelle di daino.

Così, dopo mezz’ ora abbondante, tutto a bordo risplendeva pronto ad accogliere gli ultimi raggi di luce di un tramonto dorato…… ma non solo quelli.

Infatti a metà del lungo fiordo di Lussino già si vedevano arrivare i barconi delle gite turistiche: ben quattro, uno in fila all’ altro e carichi di gente fino all’ inverosimile.

Un austriaco, ormeggiato a fianco, mi guardò e strizzò l’ occhio; voleva dirmi: “E adesso dove ormeggiano questi ? Vuoi vedere che…..”

Io risposi ammiccando a mia volta e con lo sguardo dissi: “Sì, vecchio mio, penso proprio che….”

Quindi ci distendemmo nei rispettivi pozzetti delle nostre barche per goderci lo spettacolo.

E dove vuoi che ormeggino i barconi pieni di turisti se non nell’ unico posto a loro riservato e vale a dire tutti in andana a fianco dell’ ottava meraviglia ?

Improvvisamente gli uomini dell’ equipaggio del sogno galleggiante mollarono le pelli di daino e si precipitarono ai parabordi: due battelli turistici si appoggiano sul fianco verso il mare, e gli altri due a fianco dei primi.

Altri due marinai tirarono fuori dei tappetini di moquette e li stesero in coperta, ma la lotta fu assolutamente impari: almeno duecento persone per battello (fanno ottocento circa in tutto) calpestarono quella linda coperta in teak a Lussino.

Un’ orda barbarica, con l’ occhio reso insensibile dalle musiche incessanti e con le macchine fotografiche ormai dissanguate e senza più pose, investì quel sacro suolo di Sua Maestà che per secoli ha regolato le onde ma che quel pomeriggio non riuscì a regolare i turisti delle gite a pagamento di Lussino.

Non meno di milleseicento scarpe transitarono sulle ordinate di quella coperta mentre l’ armatore, nascosto nella sua fiabesca dinette, probabilmente sorbiva la sua tazza di thè pomeridiano.

Nessuno vide comparire quel gran signore a Lussin Piccolo tant’ è che molti di noi, diportisti della nautica popolare, dubitammo anche della sua presenza a bordo.

Ma quale peso deve essere stato per lui bere quella tazza di thè: il rimbombo di un centinaio di tacchi sulla testa ad ogni sorso deve essere stato terrificante.

Così come fu terrificante per me leggere il verbale dell’ insediamento del “Comitato Tecnico di Valutazione Mensa anno 2008/2009” della scuola media che i miei figli Alessandro e Mengistu frequentavano in quegli anni.

Lessi che: “La pavimentazione è spesso scivolosa, la qualità e la cottura dei cibi sembra essere un po’ inferiore, i Genitori ricominceranno a fare gli assaggi, vengono servite pietanze poco gradite (pasta al tonno, pasta al pesto acida, pasta al ragù di verdure), troppo spesso c’è arrosto di maiale e lonza (che sono duri  e poco graditi) e si segnalano – tra i secondi – le zucchine e i fagiolini sempre molto amare”.

Lessi inoltre che: “Si richiede come integrazione di inserire il pasticcio, aggiungere alcune volte in più il ragù di carne, aumentare le creme tra le forme di proposta delle verdure, di sostituire la carne di maiale con polpette e hamburger, di avere se possibile la macedonia anche in versione invernale, e di aggiungere allo yogurt e al budino (preferibilmente al cioccolato) una volta alla settimana un dolce in forma di crostata di frutta o trancio di torta margherita o plum-cake o altro”.

Qualche anno fa tutta la mia famigliola è “andata a prendere” mio figlio Mengistu in un orfanotrofio ad Addis-Abeba.

Lì abbiamo visto cos’ è la fame e cos’ è il freddo e ne siamo stati letteralmente accerchiati: abbiamo potuti esaminarli con molta attenzione e coinvolgimento, come non pensavamo nemmeno fosse possibile fare.

Abbiamo considerato “cosa” e “come” sono le scuole, le abitazioni, i pavimenti, l’ alimentazione.

Abbiamo visto un equatore di miseria fatto di corpi nudi e sguardi senza più alcuna dignità, abbiamo visto teli di nylon come unica casa per intere famiglie, abbiamo assistito a lotte per accaparrarsi un panino gettato in mezzo al fango, abbiamo sentito di notte il ringhio delle iene che fanno stragi nella periferia, abbiamo visto anziani passare le giornate a faccia in giù a rovistare nei cassonetti delle immondizie, abbiamo visto nel cielo roteare gli avvoltoi al posto dei piccioni che sorvolano i palazzetti medioevali dei centri storici delle nostre città.

Eppure, a condimento di tutte queste immagini, abbiamo visto i sorrisi.

Tanti sorrisi, tutti i sorrisi.

Sorrisi con le lacrime, con gli occhi purulenti, con uno straccio come unico vestito, con lo stomaco vuoto da giorni….ma sorrisi !

Ogni Paese in ogni parte del mondo è padrone del proprio destino, ogni popolazione sa o non sa gestire le proprie risorse e i propri bisogni, ogni società sa o non sa come si fa ad essere altruista o egoista.

In questa situazione generale viene spontaneo però confrontare i sorrisi di quella miseria con la scontentezza quotidiana del benessere economico, di cui il verbale del Comitato Mensa è secondo me proprio un bell’ esempio, e con la solitudine dell’ armatore del “sogno aristicratico” davanti alla sua tazza di thè.

Non voglio criticare, solo con queste mie osservazioni vorrei invitare a pensare.

Pensare serve per poi poter educare al meglio tutti i nostri figli che, questo sì lo sappiamo tutti, rappresentano il futuro del mondo.

Marco Scarpa

Marco Scarpa

 

DALL’ ARISTOCRAZIA ALLA BORGHESIA
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Un pensiero su “DALL’ ARISTOCRAZIA ALLA BORGHESIA

  • 5 Ottobre 2015 alle 10:28
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    Ci meravigliamo ancora: Povertà e ricchezza.

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