Il furore cinese: concorrenza sleale

di Antonella Policastrese

cinesi“Crisi”, parola divenuta così frequente, da essere pronunciata al posto di “ciao”. Parola con la quale si fanno i conti sempre in rosso per i sempre più numerosi poveri. Crisi che non ha per tutti lo stesso identico significato. La globalizzazione che doveva essere la panacea di tutti i mali possibili, ha in realtà creato discriminazioni sempre più localizzate, decretando il fallimento dei territori. Si prenda ad esempio Prato, non più cittadina italiana, ma una new-town cinese che ha significato la morte del tessile e delle piccole imprese a vantaggio di uomini provenienti dal Sol Levante che fanno concorrenza sleale arricchendosi sulle spalle dei loro connazionali e degli stessi italiani. Fabbriche dove un tempo la laboriosità italiana era un marchio doc, divenute oggi baraccopoli dove staziona una manodopera pagata quattro soldi, impiegata davanti ad una macchina da cucire dove non c’è differenza tra giorno e notte. Prodotti taroccati che hanno invaso il mercato per mancanza di controlli non effettuati capillarmente. Euro che girano nelle mani degli schiavisti cinesi, divenuti ultimamente datori di lavoro degli stessi italiani che per la crisi si adattano alle loro condizioni pur di sopravvivere. Intanto viene da chiedersi se sui money-transfer ci siano delle tasse da pagare, dal momento che noi ne paghiamo anche per l’aria che respiriamo. Di questo passo la Cina crescerà a dismisura grazie al nostro impoverimento e all’accesso del credito che le banche gli concedono senza battere ciglio. Così mentre da noi il lavoro si perde, oggi loro sono concorrenziali anche nell’apertura di scuole private, esclusive per i loro rampolli, dove una retta costa parecchio, inaccessibile ai cinesi poveri che devono condividere con i poveri italiani aule fatiscenti e sempre più scadenti.

Antonella Policastrese

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