la stazione ferroviaria

Mariano Abis
da : i racconti di Jolao

piramidi rovesciate mariano abisNella stazione ferroviaria del mio paesino, mooolti anni fa, era tutto un brulicare di gente, c’era il capo stazione, il bigliettaio, un addetto agli scambi dei binari, un inserviente che teneva puliti e in ordine tutti gli spazi, c’era persino un piccolo bar, con due addetti, uno preparava a tutto spiano cappuccini, l’altro panini. il bar era stracolmo di studenti e operai. Allora il servizio di trasporto pubblico era inteso come una necessità, dato che in pochi avevano un mezzo proprio per spostarsi, eravamo immersi in quella problematica e scomoda situazione che veniva chiamata civiltà contadina.

A voler essere cattivi, si poteva definire antiquata. Ma tant’è, quell’ambiente era vivo, vitale, e la gente si relazionava volentieri, e forse tutto il sistema era economicamente in perdita, ma era una risorsa per gli addetti e le loro famiglie, e di conseguenza anche per la società. Faceva bella mostra di se, in un ampio spazio verde, circondata dai fiori, una pianta plurisecolare, dei sui frutti si cibavano animali, uccelli e cristiani. E qualche seme che cadeva, inevitabilmente generava un’altra piantina. Misteri di una società contadina sorpassata e retrograda, mica come adesso.

Un bel giorno, lo stato, decise che, essendo in perdita, tutto il sistema di trasporto pubblico doveva essere alienato, ne ricavò una cospicua somma, palesemente inferiore comunque al suo reale valore. Tutto il sistema venne acquisito da una multinazionale che si occupava praticamente di tutte le realtà economiche esistenti, aveva come simbolo aziendale una bella rappresentazione di quella grande civiltà del passato che risponde al nome di civiltà egizia, rappresentava una elegante piramide dorata.

Si mise mano ad una corposa ristrutturazione di tutto il comparto, furono licenziati alcuni addetti, sostituiti da macchine, una distribuiva biglietti, un’altra li obliterava, un’altra ancora distribuiva cibi, bevande, e oggetti di uso comune. Quelle macchine erano costruite da una sua azienda consociata. Fu abbattuto l’albero, e sostituito da un altro, molto più produttivo e che generava frutti senza semi. Naturalmente proveniva da una azienda che allevava piante, e sperimentava nuove tecniche agronomiche, era anche essa una loro emanazione.

La stazione , in seguito, risultava sempre più deserta, in quanto gli operai pendolari, si accorsero che era molto più comodo viaggiare in auto, e acquistarono i loro mezzi privati, che venivano venduti a prezzi contenuti, e soprattutto a rate, naturalmente da una fabbrica di proprietà di chi aveva acquistato il servizio di trasporti, essa produceva in regime di monopolio.

Ben presto, però anche loro , si trovarono disoccupati, sostituiti da una meccanizzazione selvaggia che li aveva travolti, molti di loro non riuscirono a pagare le restanti rate delle auto acquistate, e persero persino la casa. Intanto la stazione era desolatamente deserta, solo pochi studenti la frequentavano, e i costi di gestione del trasporto era lievitati, non restava che aumentare a dismisura il prezzo del biglietto, operazione facile in regime di monopolio.

Al deserto si aggiunge deserto e disperazione, deserto e debito, e ancora debito, precarietà, disoccupazione, e ci si accorge che il debito non può essere estinto. Il deserto ha generato schiavitù, perchè un debito inestinguibile significa sottomissione completa. Quando sento voci che dicono che lo stato ha intenzione di privatizzare beni e servizi, mi vengono i brividi, capisco al volo che bisognerebbe fermare questo andazzo iniquo, per non dare loro modo di interferire sulla mia vita e sulla mia serenità.

Ho deciso di rinunciare ai trasporti, al telefonino, ho disdetto il mio contratto per la fornitura di energia elettrica, la tv è da tempo che non so cosa sia, l’unico mio legame col mondo esterno è questo aggeggio che ho di fronte, e che un’anima buona mi consente di utilizzare, fornendomi l’energia elettrica necessaria.

Ho deciso di trasformare questo deserto reale, in un’oasi, sono tornato alle origini, dall’inizio del mio viaggio, sono tornato alla bistrattata civiltà contadina, dai bisogni essenziali, ho abbandonato comportamenti che ora giudico stupidi , generati da quella condizione che dicono sia la società consumistica, ho abbandonato comportamenti fittizi.

Sono tornato al seme della nostra esistenza,, alla sintesi estrema del nostro vivere, tutto quello che è venuto dopo la civiltà rurale, società dei consumi in primis, ma anche questa disumana società dei servizi, creata solo per generare denaro in regime di nulla concorrenza, è stata, secondo me, una colossale fregatura.

Ma intorno agli spazi che utilizzo, mi accorgo che esiste un immenso deserto, spoglio di vegetazione e di umanità, ho capito che le piramidi possono dominare solo in presenza di terra bruciata, di sofferenza, di crisi infinite.

Le piramidi prosperano nel deserto, non certo in una stazione ferroviaria affollata da umanesimo e vitalità, l’albero nuovo che è stato piantato in quella stazione non ha generato altre piantine, non contiene la vita, non contiene semi, il deserto può avere molti aspetti, ma sempre deserto è, e ho capito che ogni piramide reale, virtuale o fittizia, deve essere ribaltata o abbattuta, solo così tornerà a prosperare il colore più bello che esiste, il verde della natura

Mariano Abis

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