Non solo 11 settembre

di Carlo Pompei

incontroUna domenica insolita quella trascorsa insieme a persone mai incontrate prima, ma ben note attraverso il contatto virtuale. Il ritrovarsi insieme fisicamente ha dato finalmente corpo a quella comunità formata da elementi che sono contraddistinti da una medesima caratteristica: la curiosità intelligente. Persone che si fanno domande in continuazione e per le quali spesso vivono tormenti esistenziali o peggio rischiano la propria posizione e talvolta la vita, quando, testardi, si avviano sui sentieri pericolosi dell’inchiesta scomoda contro il potere precostituito. Alla prima di “11 settembre, la nuova Pearl Harbor” – organizzata al Teatro Palladium, Garbatella, a Roma, da Luogo Comune, Alternativa e Megachip – oltre all’autore Massimo Mazzucco, erano presenti Ferdinando Imposimato, Giulietto Chiesa e Pino Cabras, non certo bisognosi di presentazioni. Numerosi gli spettatori e pochissimi i giornalisti, sei in tutto, nonostante l’evento fosse stato pubblicizzato a mezzo web e centinaia di inviti stampa fossero stati recapitati nelle redazioni. Dopo oltre tre ore (peraltro ridotte rispetto alla versione completa del film) di proiezione emozionante e dettagliata, la platea, incurante di fame e stanchezza, si è trattenuta all’ascolto dei relatori testé citati e ha partecipato al dibattito conclusivo, un denso e piacevole scambio di idee protrattosi nella più ampia libertà di opinione fino alle 17 circa. Nonostanti le teorie talvolta divergenti su argomentazioni varie, si è convenuto sempre su un punto: la totale mancanza di informazione non allineata alle versioni ufficiali nei media tradizionali, cioè giornali e tv. È una informazione scomoda quella che delle cinque W del giornalismo (who, when, what, where, why) ne evidenzia sempre una, l’ultima, cioé proprio quella che manca nell’informazione politicamente corretta ed inquadrata: why? Perchè? Mentre nel giornalismo di cronaca sono obbligatorie soltanto le prime quattro – chi, quando, che cosa, dove – ed hanno importanza variabile in funzione della notizia (un omicidio, un alluvione, un incidente, un attentato, un decesso naturale hanno priorità diverse di esposizione), nel giornalismo di inchiesta diviene obbligatoria – anzi, fondamentale – la quinta, appunto “perché” si è verificato un determinato fatto? Qui interviene anche il “cui prodest” latino, cioè, a chi giova che una cosa accada, capiti, succeda, avvenga? Quattro verbi che sembrano avere medesimo significato, ma che posseggono sfumature consequenziali diverse. “Perchè” è una domanda latitante anche nelle “finestre informative” dei canali comunicativi tradizionali, da “Striscia la notizia”a “Le Jene” allo stesso “Report” condotto da Milena Gabanelli. Non entriamo nel merito della loro credibilità, poichè andremmo fuori tema, ma ciò pone interrogativi. Ad esempio per quale motivo venga definita inchiesta (e non semplice e forse meritoria “denuncia”) l’esposizione di fatti e situazioni se non ci si preoccupa del “perchè” si verifichino. Quel senso di rabbia misto ad impotenza e frustrazione che proviamo in chiusura di queste trasmissioni è da imputarsi a questo deficit informativo, che però restituisce anche quel carattere di ineluttabilità funzionale al sistema, così che il giorno dopo, al bar, le discussioni sono di questo tenore: “Hai visto Report ieri sera?” “Sì, che schifo! Ma che vuoi farci?” Oppure “No, non lo guardo più, mi ci sento male!”. Così nessuno si prende la responsabilità di spiegare e ci propinano di tutto: da un pur ottimo Lucarelli a uno stucchevole Giacobbo passando per un bravo Minoli e un Augias in declino. Non è soltanto un problema di sbilanciamento in favore di una o di altra teoria: chi ha fatto giornalismo di inchiesta vero, citando nomi e cognomi dei manovratori occulti, è stato ostracizzato, gambizzato o assassinato. Sicuramente non fa il direttore di rete. Perchè nessuno informa come siano possibili ingiustizie macroscopiche, truffe al limite del credibile o addirittura da chi siano tenuti i fili delle trame occulte internazionali? Il motivo è da ricercare nei media usati per diffonderli, cioè la televisione o i giornali foraggiati e quindi ingabbiati dal sistema stesso. I controllati controllano e pagano i controllori. In sostanza i giornalisti dovrebbero sputare nel piatto nel quale mangiano o addirittura segare il ramo sul quale sono seduti. O peggio… Non tutti sono conniventi, anzi, molti ne soffrono. Pertanto rimane soltanto internet per informarsi alternativamente. Ma non è facile come sembrerebbe: l’autorevolezza di facciata dei media accreditati è radicatissima e gli spazi di contraddittorio non vengono concessi, a meno che non vengano richiesti da miliardari in grado di pagare avvocati dalla parcella esorbitante. A peggiorare le cose, sul web, ci sono oggettivamente molte “bufale”, ma anche notizie vere, boicottate e spacciate per false.

internauta cattivoEd è a questo punto che entrano in azione i nuovi professionisti, o aspiranti tali, della disinformazione, coloro i quali tentano di ridicolizzare la controinformazione: i debunker e i troll. Le loro motivazioni sono tra le più varie e si dividono per quattro principali categorie. 1) Semplice ottusità del troll annoiato, a volte pagato. Anni fa fu coniato il termine orribile, ma emblematico, di “bimbiminkia” per indicare adolescenti o poco più, cresciuti a pane e informatica, onnipresenti sul web. 2) Il signorino frustrato “so tutto io” che non chiude mai il browser con wikipedia attivo per millantare una preparazione, spesso errata, che non ha. Di solito sono “bimbominkia” cresciutelli. 3) Il debunker principiante, un fanatico che difende per partito preso una posizione senza porsi la benchè minima domanda, dando così origine ad un “fondamentalismo anticomplottista” di livello intellettuale paragonabile a quello di un convegno di scimmie ammaestrate. 4) Il debunker professionista pagato un tot a commento o a intervento per difendere interessi e/o posizioni di lobbies e caste di varia natura e genere, dalle multinazionali agli ordini professionali. Le metodologie dei troll variano in funzione dell’intervento, spesso hanno più nickname riconducibili ad un medesimo indirizzo ip, sembrano due o più che si spalleggiano a vicenda, in realtà è uno soltanto che cambia identità. I loro interventi sono caratterizzati da sgrammaticature volontarie, punteggiatura errata, mancante o eccessiva, linguaggio volgare ed insulti. Tutto per sviare la conversazione. L’inversione dell’onere della prova, invece, è il cavallo di Troia dei più smaliziati debunker. Con abili giri di parole, magari fingendo di essere inizialmente d’accordo, essi rovesciano la questione ponendola a carico del dubbioso, mentre dovrebbe essere loro compito fornire una spiegazione sul perchè si scaglino con tanta vemenza e sicurezza contro qualcuno che ha semplicemente formulato una domanda legittima. Sono più educati dei troll, ma anche essi fanno leva su parole usate in crescendo, come ingenuo, credulone, complottista, disonesto, innescando rabbia in chi invece si sente genuinamente onesto.Talvolta è sufficiente e consigliabile avere la pazienza di ignorarli, altre volte invece occorre lavorare d’astuzia per farli cadere in contraddizione. Non è facile, ma neanche impossibile se si adotta una strategia: innanzitutto è bene non rispondere immediatamente e di impulso, si farebbe il loro gioco. Analizzare bene ogni loro risposta e verificare, ove possibile, se corrisponde a verità. Immaginare il percorso lungo il quale portarli, così diviene facile farli cadere nella loro stessa trappola. Non seguirli in divagazioni, neanche con frasi brevi, questo è il segnale che avvisa che si sta per avere la meglio, insistere sul topic. Per non smascherarsi si dicono contro il sistema: fare leva su questo principio fintanto che non giungano a un punto tale per il quale dovranno desistere per non andare contro chi li paga. Chi può contare sull’onestà può vincere, almeno sul web…

Carlo Pompei

Carlo Pompei

Mercoledi Non solo 11 settembre
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2 pensieri su “Mercoledi Non solo 11 settembre

  • 3 Dicembre 2013 alle 21:56
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    Per fortuna sono in diminuzione ….a difendere la banche di questi tempi si rischiano sonori vaffa…..a prescindere….

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