Possiamo porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo?

di Mirco Mariucci

utopiarazionale

subordinazione«In un suo famoso aforisma Albert Einstein affermava: «Il mondo è quel disastro che vedete, non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno lì a guardare». C’è di peggio, non solo i giusti se ne stanno a guardare, ma collaborano attivamente con i malfattori per realizzare quel disastro che abbiamo anche il coraggio di chiamare società. Non solo andiamo in cerca spontaneamente del nostro sfruttamento, ma siamo anche soliti ringraziare gli sfruttatori, ammirandoli e rivolgendoci a loro con i termini di benefattori, datori di lavoro o imprenditori, guardandoli con senso di stima, di rispetto e forse con un po’ d’invidia, arrivando addirittura ad ambire alla loro posizione sociale. Ma chi asserve altri esseri umani per il profitto non dev’essere preso come esempio, né tanto meno dev’essere stimato. Lo scopo di quegli individui non è assicurare il benessere degli esseri umani, bensì soddisfare un proprio egoistico bisogno, avvalendosi del meccanismo della subordinazione. Non ci dev’essere alcun rispetto per chi tratta gli esseri umani come un mezzo e non come un fine. Dall’altro lato, nel dualismo capitalista-proletario, ci sono i subordinati; quelli che pensano di essere liberi e non si rendono neanche conto di appartenere a pieno titolo alla categoria dei moderni schiavi. Il sistema si è impegnato a fondo per convincerli a bramare la propria schiavitù, illudendoli che lavorare per conto di altri sia un modo dignitoso di vivere, del tutto necessario se si vuole portare a casa il pane, oltre che una qualche presunta forma di libertà. Ma dov’è la libertà in una società che costringe a sacrificare la maggior parte del tempo della propria unica esistenza per lavorare? Un giovane lavoratore fresco, vitale e cognitivo, dopo pochi anni di lavoro pieno si trasforma in un essere mediocre, in pieno decadimento fisico e mentale, che sopravvive per inerzia nella sua inutile esistenza da schiavo del capitale. Come se non bastasse il frutto del lavoro di ogni subordinato viene ripartito in modo fortemente iniquo: la sua paga gli consente a mala pena di arrivare a fine mese, mentre tutto il resto viene destinato a soddisfare l’insaziabile esigenza di profitto di un numero non ben definito di sfruttatori parassitari. Perlomeno un tempo la classe lavoratrice era consapevole della propria condizione e lottava per raggiungere l’emancipazione. Oggi invece il subordinato medio, dopo anni d’indottrinamento mediatico, è completamente disorientato ed è in grado persino di ringraziare gli schiavisti per l’opportunità di essere sfruttato! Così, invece di allevare una nuova generazione di rivoluzionari che ambiscono a costruire una società migliore, gli stessi subordinati contribuiscono a mantenere in essere gli schemi mentali diffusi dal potere, spingendo le nuove generazioni ad imitare i comportamenti dei loro genitori. Trovati un bel lavoro e che sia totalizzante ed alienante, i parassiti hanno bisogno del tuo sfruttamento; comprati una bella auto, uno smartphone e dei vestiti di marca, in modo da poter vantare l’appartenenza ad un grado sociale più elevato, altrimenti poi il meccanismo del profitto si blocca; accendi un mutuo per acquistare una casa, gli azionisti hanno bisogno di te; ma soprattutto, guarda la tv, vai al cinema, leggi i giornali, tieniti informato sulle notizie di cronaca e su tutte le cazzate che vuoi; vai a messa, prega e credi a quello che ti dicono gli stregoni, ma stai sempre ben attento ad evitare di pensare in modo scettico e razionale, in modo tale da non riuscire mai e poi mai a comprendere la verità. Nel vangelo di Matteo sta scritto: «amerai il prossimo tuo come te stesso»; eppure questo comandamento sarà del tutto inutile fin quando non inizieremo ad amare noi stessi. Non c’è amor proprio in questa società, perché chi si lascia sfruttare non si ama; non ci sarà dignità fin quando anche un singolo individuo sarà disposto a tollerare il proprio sfruttamento o la propria privazione di libertà; non ci sarà nemmeno alcun rispetto né per se stessi né per il prossimo se continueremo a lasciarci sfruttare e a tollerare che lo sfruttamento avvenga nei confronti degli altri. Bisognerebbe invece pensare, mostrando un sentimento sferzante: se un altro essere umano viene sfruttato è esattamente come se lo stessero facendo anche a me, e dal momento che io non tollero che lo sfruttamento avvenga nei miei confronti, allora non posso neanche sopportare che quel trattamento sia attuato nei confronti di altri individui che, in quanto esseri umani, sono del tutto simili a me nei loro bisogni di base. Volete che lo sfruttamento finisca? Bene! Non concedetevi agli sfruttatori, trovate un altro modo per vivere e agite in prima persona nei confronti di chi sfrutta, in ogni modo, al fine d’impedire che lo sfruttamento altrui continui a perpetrarsi. In un’organizzazione sociale degna di una comunità di esseri che amano definirsi umani, il ruolo dello sfruttatore non dovrebbe esistere e affinché questo passaggio avvenga è assolutamente necessario che gli individui non siano più disposti a farsi sfruttare né a tollerare lo sfruttamento altrui. Ricordate: chi è disposto a farsi sfruttare e non si oppone apertamente nei confronti dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo è complice degli sfruttatori, in quanto rende possibile il perpetrarsi delle condizioni d’asservimento per se stesso e per il resto dell’umanità».

Mirco Mariucci

 Mirco Mariucci

Possiamo porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo?
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8 pensieri su “Possiamo porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo?

  • 28 Marzo 2015 alle 12:41
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    L’articolo di Mirco Mariucci è un nobile invito a non restare spettatori inermi di fronte alle insopportabili ingiustizie della storia e della società. Significativa la citazione di Einstein sull’inerzia umana di fronte alla sofferenza e all’ingiustizia. Quindi va tutto bene ma c’è qualcosa che manca in questo ragionamento. Provare a spiegarsi, a diversi livelli conoscenza, perché questo accade. L’invocazione a rivendicare un mondo più giusto rischia di cadere nel vuoto in assenza di una visione d’insieme del mondo e della natura umana. L’appello si degrada a mera exhortatio e accusa verso le masse indistinte di una sorta di laica accidia e frustrante rimpianto. Quindi non solo a mio avviso è importante comprendere quale potrebbe essere un mondo più giusto, ma soprattutto capire quali meccanismi economici, culturali e politici lo hanno reso possibile e lo rendono apparentemente immutabile. Negli stessi limiti annaspa la questione della(delle) sovranità nazionale. Cresce a destra e a manca sempre più il numero di coloro che la rivendicano a vario titolo, e questo sicuramente è un bene, se penso a quattro anni fa quando ho cominciato a interessarmene congiuntamente alla moneta unica. Nel 2011 se accennavi all’argomento venivi preso per pazzo, o fascista, o fuori dalla storia. Qualcosa, ma giusto qualcosa è cambiato. Perdonatevi se apparentemente vado fuori tema ma commentando su “il Sovranista” è lecito ammettere un legame tra sfruttamento, dominanza, ingiustizia sociale da un lato e cessione di sovranità monetaria e politica dall’altra. Già, sovranità politica, ovvero indipendenza. Un’uscita dall’eurozona non vale l’altra. Ma pochi spiegano come ciò dovrebbe avvenire e come gestire le varie implicazioni. In ogni caso è certo che l’uscita dall’euro e dai trattati europei può essere attuata solo da un governo legittimo e quindi da una maggioranza parlamentare. Ma per ottenere una maggioranza parlamentare occorre un consenso che difficilmente un’organizzazione organizzata nella forma movimento può raggiungere. Occorrerebbe una struttura più organizzata, che però non c’è. A meno che non si considerino araldi di questa giusta causa Fratelli d’Italia e Lega Nord, partiti e personaggi collusi con quella parte del potere economico e finanziario che ha voluto l’euro ed è riuscito a blindarlo nei palazzi del potere. In conclusione: non basta rivendicare la cosa giusta se non ci si sofferma a comprendere perché è accaduta la cosa sbagliata e soprattutto se manca un progetto preciso e completo e una struttura organizzata capaci di aggregare consenso attorno ad un obiettivo che diventa anche vettore di valori alternativi del vivere sociale.

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    • 28 Marzo 2015 alle 12:46
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      ….. e quando arriverà questo movimento-federazione non infiltrato e non legato ad aspirazioni esterne a quelle sovrane, democratiche e liberali? Jak

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      • 28 Marzo 2015 alle 15:11
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        Esiste già un’organizzazione politica sovranista, indipendentista,democratica. Sul concetto di “liberale” bisognerebbe chiarire se parliamo delle libertà della persona(opinione, credo, associazione, espressione) o delle libertà incontrovertibili del grande capitale finanziario che domina da sempre e oggi attraverso strutture sovranazionali nel nome del dio mercato e il cui principale strumento di dominio è l’esproprio di sovranità nazionale. Quanto alla forma movimento bisogna specificare che per certi obiettivi potrebbe non essere funzionale. Insisto sempre sulla necessità di coagulare obiettivi primari ( sovranità, uscita dall’euro) e valori ideali che tengono insieme i cittadini ben oltre un’obiettivo specifico, per quanto conditio sine qua non per la costruzione di un qualsiasi progetto. Di conseguenza, come ho detto già in altre occasioni, un’uscita dall’euro, ammesso che ci si arrivi, non vale l’altra. L’esempio della forma organizzativa movimento che spesso è inefficace lo abbiamo con i referendum sull’acqua pubblica, e più indietro, con l’abolizione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. Entrambi i referendum passarono con grande consenso elettorale. I movimenti che li sostennero si sciolsero. Le leggi furono scritte male e nella ostanza attuativa lo scopo dei referendum fu disatteso.

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          • 29 Marzo 2015 alle 01:30
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            Circolo Indipendenza. Roma e altre città. Vale la pena conoscere il lavoro che fanno da molti anni, a prescindere dalla aderenza e affinità politica generale. Gente seria e leali sovranisti da sempre. Molto prima di noi

          • 29 Marzo 2015 alle 11:54
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            ….. ecco appunto, bravissimi, eccezionali e non lo dico con retorica, ma…. ne esistono decine, che faccio metto giù tute le sigle? ma tutti disuniti e perchè? perchè ognuno in una alleanza vuole infilare la sua “caratteristica”, o il nome, o un aggettivo, o un’ispirazione (ispirazione cristiana si spreca), oppure un’idea, un obbiettivo. Nessuno di tutti questi movimenti riesce ad unirsi in una federazione dove si metta a punto 3-5 obbiettivi comuni. Quindi dimmi, se devo andare al di la dei numeri a che serve sparare a zero su chi i numeri li ha, almeno un pochino….
            Tu come gli altri cerchi di promuovere il gruppetto reale o facebook che ti piace di più. Lo fanno tutti io compreso, ma questo che significa? Avere i numeri per fare una differenza? No si ricomincia ogni volta da capo e appena uno di questi gruppetti cresce un poco di più avviene l’infiltrazione da chi opera in senso contrario…. Sapessi te quanti di questi gruppetti sono solo specchietti finanziati o dalla chiesa, o indirettamente da qualche sigla famosa…. e al momento opportuno sono abilissimi a creare una crepa. Ti ricordi LISTA SI? Posso citarne altri se vuoi di esempi…. Tu sei un promotore finanziario, bravo, ma non spacciarti per quello che ha la torta migliore. La torta migliore l’ha chi mette insieme i numeri perchè o agisci infiltrando le istituzioni o con una rivoluzione….. non vedo altri modi. Jak

  • 15 Aprile 2015 alle 20:36
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    ma credete sul serio che il cambiamento sia la difesa di una identità o piuttosto federarsi su un unico punto essenziale? Poi, dopo, ciascuno potrà esprimere il suo modo di contribuire, ma dopo aver espresso il consenso ad eliminare l’attuale partitocrazia: punto unitario su cui federarsi, poi, primarie costantemente aperte per eleggere cittadini alle governance del Paese in loro sostituzione. Perchè no?

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    • 15 Aprile 2015 alle 21:55
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      Si tratta di un articolo, un pensiero, non un’azione politica. Un tentativo di far osservare qualcosa da un’angolazione diversa.

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