Renzi un anno dopo. E il nuovo che avanza?

di C.Alessandro Mauceri

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ROMA – Il 17 Gennaio 2014 è una data importante: esattamente un anno fa, l’allora presidente Napolitano, con una manovra a sorpresa ma che tutti si aspettavano, conferiva a Matteo Renzi l’incarico di formare il governo.

     Sin da subito, Renzi fece capire che il suo mandato non sarebbe stato come tutti gli altri: ad esempio, se per altri governi, il presidente aveva ritenuto indispensabile scegliere un rappresentante di una delle Camere (tanto da nominare Monti senatore a vita in fretta e furia), per il “nuovo che avanza” questo non è stato più ritenuto essenziale: la situazione dell’”azienda Italia” peggiorava giorno dopo giorno ed era necessario far “gestire la baracca” ad un personaggio condiviso da tutti. A cominciare dal pastrocchio della legge elettorale, dichiarata incostituzionale, ma che, nonostante ciò, ha permesso a ben due Parlamenti di gestire l’Italia e di modificarne svariate volte la Costituzione. Per questo Napolitano aveva fretta di conferire il mandato a Renzi e, subito dopo, tornare alle urne.

È passato un anno. E come in tutte le aziende che si rispettino, anche per l’”azienda Italia” è tempo di bilanci.

Proprio a proposito di bilanci, pare che la gestione Renzi non sia stata molto proficua per il Bel Paese: alla fine del 2013 il debito pubblico ammontava a 2.068,7 miliardi. Dopo un anno (31 dicembre del 2014) è salito a 2.134,9 miliardi di Euro.

Per contro, il PIL, il Prodotto Interno Lordo (ovvero quello chele aziende chiamano fatturato), è peggiorato: nonostante la decisione di utilizzare il PIL “potenziale” invece del PIL “reale”e nonostante la decisione di inserire nel calcolo del PIL voci “discutibili” (come i proventi della prostituzione o le entrate per il contrabbando), ebbene, nonostante tutto ciò, nell’ultimo anno il PIL è diminuito. A dirlo è l’ISTAT che ha preannunciato un – 0,4% . Segno che la “cura Renzi” non è servita a curate i malanni dell’Italia.

Renzi che, come del resto tutti i suoi predecessori, aveva promesso di ridurre la spesa pubblica, di attuare una “spending review” (come se far ricorso a nomi inglesizzanti potesse migliorare certe norme: spending review o jobs act, anche questa ancora in alto mare). Peccato che, ancora una volta, i numeri smentiscano le promesse del nuovo che avanza: l’indebitamento di tutte le amministrazioni pubbliche non solo non è diminuito, ma, anzi, è aumentato. Stando ai dati ISTAT di gennaio, nel 2014 l’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche (AP) in rapporto al Pil è aumentato del  3,7%, 0,3 punti percentuali in più rispetto a quello misurato nel corrispondente periodo del 2013.

Per contro sono diminuite le entrate per le pubbliche amministrazioni: nonostante le nuove tasse e imposte e l’aumento di molte di quelle esistenti, nei primi tre trimestri del 2014, le entrate totali sono diminuite rispetto all’anno precedente. Non era necessario essere dei luminari economisti bocconiani per prevederlo, Se l’”azienda Italia” va male, le aziende chiudono e i lavoratori diminuiscono. E se i lavoratori diminuiscono e le aziende continuano a chiudere, sono sempre di meno quelli che pagano le tasse. Secondo i dati ISTAT, nel 2014 i disoccupati sono aumentati del 9,2% rispetto all’anno precedente (+286 mila).

La conseguenza di una maggiore disoccupazione e della perdita di posti lavoro è che, mentre le entrate fiscali per lo Stato diminuiscono, la povertà aumenta.  «Lo scenario è paragonabile a quello che si verifica in un Paese in periodo post-bellico, dunque dopo un conflitto» ha detto Fabio Marino, dell’assessorato regionale alla Famiglia della Regione Sicilia.

Anche il baluardo dell’”azienda Italia”, “Expo 2015”, non sta fornendo un’immagine positiva dell’”azienda Italia”. Le sostituzioni ai vertici ormai non si contano più. I lavori pubblici sono stati commissariati non  si sa più quante volte (e sempre con lo stesso risultato). Gli organizzatori e i progettisti hanno fatto una figuraccia a livello internazionale dopo la notizia che alcuni tecnici inglesi (almeno stando alla loro denuncia) avevano già realizzato l’opera di ingegno che avrebbe dovuto essere il simbolo del padiglione dell’Italia. A mettere la ciliegina sulla torta la notizia dei giorni scorsi che l’azienda che si era occupata di acquistare le aree da utilizzare per l’esposizione, Arexpo, sarebbe indebitata con le banche per centinaia di milioni di Euro (160).

La gestione dell’”azienda Italia” è stata, almeno stando ai numeri, deludente (specie se si pensa alle promesse iniziali di salvare l’Italia in pochi mesi, promesse di rito, e come per i governi precedenti, mai mantenute). A esprimere questo “giudizio”, neanche a dirlo, sono le agenzie di rating che, in barba ai vanti del nuovo che avanza (come quello in occasione della conclusione del semestre di presidenza italiana a Strasburgo) e alle promesse dei suoi ministri, hanno recentemente declassato l’Italia:  S&P ha tagliato il merito di credito da BBB a BBB-.

Un “giudizio” condiviso da molti. Come il Presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, che ha espresso così il suo giudizio:«Mentre l’economia va a rotoli e la società vive un pericoloso processo di disarticolazione assistiamo al trionfo di un apparato burocratico onnipotente e pervasivo in grado di controllare ogni momento e ogni passaggio della nostra vita».

L’elenco degli indici che dimostrano come fino ad oggi la gestione dell’azienda Italia sia stata poco proficua sarebbe interminabile. Impossibile citarli tutti. Una sola cosa non è cambiata da quando Renzi è al governo (e da prima): il fatto che due italiani, Massimiliano LaTorre e Salvatore Girone, per di più militari del nostro Esercito, da tre anni sono detenuti in India. Non sono bastate le promesse di tre capi di governo, di due presidenti della repubblica e di un numero interminabile di ministri e vari ed eventuali: la loro “forza politica” non è bastata neanche a far dire al tribunale indiano quali siano realmente i capi d’imputazione.

Un biglietto di presentazione senza parole per il governo Renzi che, nei giorni scorsi, si è proposto all’ONU per svolgere il ruolo di “leader” nella gestione del “problema Libia”.

Ma forse anche questa è l’ennesima dimostrazione della performance del “nuovo che avanza” dopo un anno di governo.

C.Alessandro Mauceri

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