Robin tax incostituzionale. Stendiamo un velo pietoso sul passato

di C. Alessandro Mauceri

dazebaonews

robin taxROMA – La Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della cosiddetta Robin Tax, l’imposta aggiuntiva per le aziende del settore petrolifero ed energetico introdotta nel 2008 durante il governo Berlusconi (con l’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti).

In pratica si tratta di un’addizionale Ires (l’imposta sul reddito delle società) che aveva l’obiettivo di contenere i cosiddetti profitti di congiuntura in un momento in cui il costo del petrolio era particolarmente alto.

Non è la prima volta che la Corte Costituzionale stabilisce

l’incostituzionalità di una legge approvata dal Parlamento e ratificata dal Presidente della Repubblica. Anzi i casi sono stati molti: solo nel 2013 (anno dell’ultimo dato ufficiale della Corte Costituzionale), le dichiarazioni di illegittimità costituzionale sono state ben 48. Incostituzionalità, le cui conseguenze a volte hanno ripercussioni sulla vita (e sulle tasche) dei cittadini per decenni. Basti pensare alla dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale, il famoso Porcellum.

E ogni volta che una legge viene dichiarata incostituzionale, sorgono spontanei alcuni dubbi.

A cominciare da come sia stato possibile che centinaia di esemplari di HOMO POLITICUS, molti dei quali residenti in pianta stabile nelle aule del Parlamento da decenni (e lautamente pagati per questo), non si siano accorti del fatto che, la legge che stavano votando, violava i principi base della Costituzione sulla quale avevano giurato. E come abbiano potuto non accorgersene le decine e decine di tecnici, funzionari, dirigenti e consulenti, tutti pagati a peso d’oro proprio per la loro professionalità (almeno sulla carta). Tra i loro compiti c’era quello di assistere i politici (a volte, incompetenti in materia) nel difficile lavoro di evitare di portare in Parlamento proposte di legge irrealizzabili o, peggio, “incostituzionali”. E possibile che non se ne sia accorto neanche il Presidente della Repubblica? Proprio lui che è “organo rappresentativo e garante della Costituzione”. Eppure tra i suoi compiti dovrebbe esserci proprio la verifica del profilo di costituzionalità degli atti parlamentari sottoposti alla sua firma. Nessuno di loro ha detto o fatto niente. Come mai?

Ma non basta. L’incostituzionalità della Robin Tax è “pro futuro”. “Altrimenti l’impatto macroeconomico delle restituzioni dei versamenti tributari determinerebbe uno squilibrio del bilancio dello Stato tale da implicare una manovra finanziaria aggiuntiva. E in un periodo di perdurante crisi economica ci sarebbe una irragionevole redistribuzione della ricchezza a vantaggio di quegli operatori economici che possono avere invece beneficiato di una congiuntura favorevole”, questa la motivazione ufficiale. In altre parole, la legge è incostituzionale, ma siccome tornare indietro creerebbe, forse, troppe “discussioni”, è meglio stendere un (pietoso) velo sul passato. Meglio fare finta che non sia successo niente e ricominciare da zero. E chi ha pagato miliardi di Euro di tasse incostituzionali come le aziende a compartecipazione pubblica (e che, quindi, hanno prelevato queste tasse, anche se indirettamente, dalle tasche dei cittadini)? Non si sa. Di sicuro la sentenza sarà considerata valida a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ovvero dall’11 febbraio.

Una decisione che porta all’ultima domanda: la tassa incostituzionale, la Robin Tax, ha consentito allo Stato di incassare miliardi di Euro l’anno dalle società energetiche, lo confermano le relazioni inviate al Parlamento dall’Autorità per l’energia. Entrate considerevoli che, stando a quanto previsto dalla sentenza della Consulta che ha dichiarato l’incostituzionalità senza effetto retroattivo, dall’anno fiscale 2014 (poiché nel 2015 si pagano le tasse relative al 2014), non entreranno più nelle casse dello Stato. Entrate, però, che il governo Renzi aveva già previsto nel calcolo del PIL (che, è bene ricordarlo, non è più basato sul calcolo effettivo, ma su quello potenziale). Ciò significherà un peggioramento della performance del Bel Paese sotto gli occhi attenti dell’Unione Europea, con conseguente aumento del rischio di sforare il famoso rapporto deficit/PIL e di ormai praticamente inevitabili sanzioni da parte di Bruxelles.

Sempre che la Corte Costituzionale non si accorga che molte delle decisioni prese nel recente passato sotto la pressione di Bruxelles sono incostituzionali.

C. Alessandro Mauceri

CAlessandro Mauceri

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