Sinistra leaderista e destra nel caos. Si riparte?

di Augusto Grandi

confusioneFrancia e Piemonte confinano. Ma non in politica. Perché di fronte al successo del Front National transalpino si pone la rissa da pollaio nel centrodestra subalpino in vista delle elezioni regionali di maggio. Eppure qualcosa in comune c’è. E tutta Italia dovrebbe osservare al caso piemontese come ad un laboratorio della nuova politica nazionale. Il leaderismo è diventato il segno distintivo della sinistra. E se non c’è il leaderino giovane, come il burattino Matteo, la gauche piemontese mette in campo un vecchio leader della vecchia politica: Sergio Chiamparino, ex sindaco di Torino. Il sindaco che ha reso Torino la città più indebitata d’Italia, che si è circondato di un cerchio magico di personaggi non certo al di sopra di ogni sospetto. Un familismo senza freni, dove c’era spazio per amici degli amici e per parenti ed affini. Tutto vero, ma è altrettanto vero che a Torino, se Chiamparino si ripresentasse, vincerebbe a mani basse. Un sindaco del “fare”. Condito con affabilità e, soprattutto, con una macchina dell’informazione e del consenso che andrebbe studiata in profondità dagli avversari (ed anche dai suoi compagni, visto che Fassino ha imparato poco spendendo di più). Ma al di fuori di Torino l’ex sindaco non piaceva più di tanto. Né agli avversari né ai suoi compagni. C’erano, dunque, le possibilità per una vittoria del centrodestra a livello regionale. Ma se la sinistra, priva di proposte ideologiche e pure di contenuti programmatici, vive sull’immagine di un leader, il centrodestra piemontese muore sul nulla cosmico. Leader? Neanche a parlarne. Idee, non pervenute. Gestione della Regione negli ultimi 4 anni di potere? Disastrosa, tra rimborsi demenziali prima ancora che criminali e politiche di sostegno a chiunque arrivasse dai ranghi avversari. Geniale. Però questa situazione disastrosa è estremamente interessante perché è il modello che si ripeterà in Italia con la scomparsa di Berlu. Il partito personale dell’uomo di Arcore brilla per assenza totale. Proposte banali, scontate, ripetitive. Leadership affidata a non si sa bene chi. Con un personaggio come Pichetto bravo e competente e, ovviamente, totalmente privo di una squadra in grado di farlo conoscere, valorizzare, sostenere. E per il resto, il deserto. E gli alfaniani? Tanti, tantissimi colonnelli ma nessun soldato. Tra l’altro colonnelli con storie molto diverse e con idee, quelli che ne hanno, per nulla coincidenti. Con esponenti forti sul territorio di origine, altri conosciuti nelle discoteche e trasformati in guru intellettuali per pochi intimi, altri che lavorano bene ma non sanno comunicare. Chances? Inesistenti. E la Lega? Distrutta dalla vicenda delle mutande verdi da rimborsare, distrutta da candidature indecenti, distrutta dalla chiusura nelle sedi istituzionali. Con l’unica speranza di poter contare sul traino delle europee grazie all’accordo con il Fn francese. Un accordo su cui non possono contare i Fardelli d’Italia. Penalizzati da una realtà romanocentrica che ha lasciato spazio, sul territorio, a chi non ha saputo gestirlo. Le percentuali ridicole delle elezioni politiche lo testimoniano. Una destra che tenta, inutilmente, di conciliare le posizioni sociali di Marrone con quelle liberiste di altri leaderini. Ma con tanti giovani seguaci proprio di Marrone, e questa è l’unica possibilità di sopravvivenza. Dunque, in ordine sparso, l’intera area marcia sorridente verso la sacrosanta sconfitta. Che, finalmente, spazzerà via l’aria viziata ed obbligherà i sopravvissuti ad interrogarsi su cosa vorranno fare da grandi. Obbligandoli a trovare delle idee, delle proposte, visto che non hanno più leader e neppure mezzi leader. Obligandoli a confrontarsi su programmi e non solo sulle discoteche dove trascorrere le serate. E se, in Piemonte, riusciranno a trovare una soluzione, questa diventerà il modello di riferimento per tutta Italia. Perché il finto leader Matteo prima o poi verrà smascherato. E serviranno alternative.

Augusto Grandi

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