SOSPETTO O CERTEZZA ?

di Marco Scarpa

R.I.Nella vita mi è capitato di lavorare per anni molto onestamente e di scoprire che qualcuno, in apparenza capace come me (o anche meno), abbia fatto molta più strada.

Anche in mare mi è successo quando, disputando una qualche regata velica, sono stato sempre battuto da quell’ avversario che – guarda caso – quando si navigava per andare a spasso era comunque più lento di me.
Quando ciò è successo i miei famigliari hanno cercato di condannarmi o consolarmi dicendo che quello era stato più fortunato, o che aveva osato di più, o che era comunque più intraprendente di me, ma senza spiegarmi bene cosa volesse dire.
Ho creduto per molti anni a questa versione, ora non più.
Per spiegare meglio ciò che intendo dire trovo corretto pormi la seguente domanda, che vorrebbe considerare l’ andar per mare come il navigare nella vita: come deve essere la barca a vela sulla quale vorrei imbarcarmi ?
Una barca da regata, una barca da crociera, oppure, proprio come un opportuno rimpasto di governo che tutti temporaneamente mette d’ accordo, una barca da regata-crociera ?
Quest’ ultima definizione è, secondo me, una delle invenzioni più cretine del mondo del commercio (forse alla pari dei rimpasti politici perché mettono temporaneamente d’ accordo alcuni uomini politici ma non fanno progredire di un millimetro la nostra vita di contribuenti).
Ma cosa mai vuol dire barca da regata-crociera ?
Significherà forse una barca che va forte in regata ?
No, perché quelle espressamente progettate e costruite per la regata andranno senz’ altro più forte: avranno il bordo libero più basso, perché non è necessario che contengano cuccette, toilettes e fornelli; saranno più leggere anche a parità di dimensioni e materiali impiegati, per la ragione già detta prima; avranno una velatura sempre aggiornata ed efficiente, perché il loro armatore non baderà a spese pur di arrivare davanti agli altri; avranno la zavorra concentrata il più in basso e in centro barca possibile, per contenerne la massa pur ottenendo una grande stabilità e per ridurre il più possibile gli effetti del beccheggio; non avranno il motore, tanto in regata non si può usare (anche se questo è uno di quei punti che merita di essere trattato a parte); avranno un albero molto leggero, molto stretto e molto controventato (leggi con molti ordini di crocette), per contenere al minimo le masse soggette ad oscillare e le turbolenze dell’ aria sulla superficie della randa.
Avranno insomma senz’ altro quella caratteristica “in più” che le farà andare più veloci.

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Allora significherà forse una barca che è sicura in crociera ?
No, perché quelle da crociera saranno senz’ altro più sicure: avranno il pozzetto molto più profondo e protetto, perché l’ equipaggio possa stare il più asciutto possibile; avranno meno superficie velica a parità di dislocamento, così da poter tenere tutta la vela spiegata anche se il vento passa in pochi istanti da dieci a venticinque nodi; avranno un motore più pesante ma più potente, così da renderlo in grado di tirare la barca anche contro vento e con onda; avranno i serbatoi dell’ acqua e del carburante più capaci, così da garantire maggiore autonomia di spostamenti.
Avranno insomma senz’ altro quelle caratteristiche “tipiche” che le renderanno più comode.

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Concludendo, mentre chi fabbrica barche da regata-crociera sostiene (anzi è costretto a sostenere) che esse assommano i vantaggi di una barca “corsaiola” con quelli di una barca “sicura e affidabile”, coloro che quelle stesse barche invece comprano e usano sostengono che assommano tutti i difetti sia dell’ una categoria che dell’ altra.
Mi ricordo di Ugo e Pino Cacciaguai che avevano acquistato ciascuno una barca da regata-crociera e si trovavano spesso per raccontarsi delle loro reciproche vicissitudini.
Erano fratelli: uno matto per le regate però con la voglia di portare anche a spasso la famiglia, l’ altro crocerista puro però con la voglia di correre il più possibile.
“Sì sì, la barca va bene” diceva Ugo “Sono contento, soprattutto di bolina con vento sui dodici nodi” (caso che capita solo una volta l’ anno, e mai in regata: infatti in crociera può succedere, ma esso spira esattamente dal punto dove si è pensato di fare tappa, e quindi invece di tirar bordi si va a motore; mentre in regata esso varia continuamente di intensità da zero a tre nodi oppure fischia fisso a venticinque e oltre per tutto il giorno).
Continuava Ugo: “Il guaio è che quando regatiamo in classe con noi ci troviamo sempre tre o quattro di quelle barchette… come si chiamano….ma sì quelle che fanno oggi, che non pesano niente, con le terrazze; quelle che corrono come dannate al lasco…, e chi le piglia quelle !”
Così concludeva immancabilmente Ugo dopo l’ ennesima regata corsa su di un breve percorso a bastone di otto miglia complessive in cui veniva regolarmente stra-battuto di una buona mezz’ ora da barche lunghe un metro di meno ma fatte apposta per correre.
“Ah, io non ho questi problemi” replicava Pino “sono proprio soddisfatto della mia barca.
Ohè, in crociera non ho mica avversari eh ? Tutti li faccio fuori. Bolina, lasco, poppa, basta avere una brezzolina di cinque nodi e via, chi le vede più quelle barcacce che sembrano dei motor-sailer.
Qualche problema ce l’ ho solo dai quindici nodi in su, perché mi diventa durissima di timone.
Ohè, devo tenerlo con tutte e due le mani eh ? Mica scherzi !
Niente, devo tirar giù vela, anche tutte e tre le mani devo prendere, e a prua più dell’ olimpico non posso tener su. ‘Na fatica !”
Così diceva Pino, senza aggiungere però che le altre “barcacce” anche con venti nodi di vento se ne continuavano bellamente a navigare beate con tutta la vela a riva, e con i loro equipaggi (naturalmente composti perlopiù da familiari) rilassati e contenti.
Di fatto, sentendo i pareri di Ugo e Pino e di tutti gli altri proprietari di una barca da regata-crociera, si potrebbe affermare che essa va bene solo con un vento da cinque a dodici nodi.
E’ lentissima da portare in regata con venti inferiori a cinque nodi; è faticosissima da portare in crociera con venti superiori a dodici nodi.
Ma allora, è un affare ?
Io credo che al proprietario di una barca da regata-crociera succede invariabilmente di trasformarsi ben presto in uno dei due seguenti tipi di fratelli di mare:
A – fratello regatante crocieristicamente;
B – fratello crocierante regatisticamente…
Poiché non può esistere il fratello che vinca le regate con una barca da regata-crociera, né tantomeno può esistere quello che con lo stesso tipo di barca trascorra delle crociere rilassanti, ecco che essi si sono adattati e nello stesso tempo hanno giustificato la scelta che hanno fatto.
Il fratello tipo A (cioè colui che fa le regate crocieristicamente) dopo l’ ennesima sconfitta si è adattato a tirar fuori pane salame vino e uova sode, dicendo a se’ stesso e agli altri membri dell’ equipaggio “Consoliamoci, anche stavolta ci hanno fregato, ma non stanno mangiando e bevendo bene come noi !”.
Mentre il fratello tipo B (cioè colui che fa le crociere regatisticamente) dopo aver patito e aver fatto patire alla famiglia le pene dell’ inferno con il trincarino perennemente in acqua, l’ albero sull’ orlo di una crisi di nervi e la barra irrimediabilmente incurvata da una parte, si è adattato a dire più a se’ stesso che ai familiari “Avete visto, siamo arrivati almeno mezz’ ora prima di quei bisonti dei motor-sailer !”.
Tutti siamo portati a giustificare le nostre scelte sbagliate, così come siamo portati istintivamente a condannare le scelte sbagliate altrui.
Se in regata il distacco subìto dall’ avversario alla boa di bolina (il punto del percorso più sopravvento) ti fa capire che hai sbagliato la scelta del bordeggio, senz’ altro cercherai di giustificarti dicendo: “Mai visto un vento così variabile come oggi ! Avete visto che fortuna che hanno avuto quelli a stare verso terra ?”.
Se invece hai virato per primo la boa, senz’ altro ti verrà da dire : “Ma dove hanno imparato quelli ! Avete visto che non si sono accorti che il bordo buono era quello verso terra ?”.
Però, per tornare al tema inziale sul parallelo tra navigare in mare e navigare nella vita, sotto sotto c’è un fatto che smorza questo istintivo bisogno di giustificarsi e nello stesso tempo di criticare l’ altrui operato: è un qualcosa che zittisce tutti perché attanaglia con il dubbio; è un intrigante interrogativo che si insinua nell’ animo del regatante e lo fa internamente infuriare e rassegnare in rapida successione.
Si tratta di un vero e proprio dilemma, anzi lo si potrebbe definire “Il dilemma di chi viene costantemente battuto in regata”.
E’ quello che si pensa che l’ avversario faccia, ma che non si ha mai il coraggio di chiedere o di denunciare; è il continuo rodersi il fegato nel pensare che si è degli imbecilli perché non lo si è fatto, e nello stesso tempo risentirsi per averlo anche solo pensato.
E’ una malignità che il prodiere lascia cadere nell’ orecchio dello skipper, e che comincia a mulinare nel cervello, prendendo corpo piano piano ed appiccicandosi a qualsiasi piccolo ricordo di fatterelli accaduti durante la regata.
Mi par di sentire il monologo che a fine regata il prodiere sussurra allo skipper:
“Ma come vuoi che abbiano fatto ! Non hai visto come sono stati verso terra, lontano da tutti ? Non è mica la prima volta che lo fanno ! Non ti ricordi anche l’ anno scorso alla terza regata, quella lunga con la bonaccia al tramonto…..Erano i più lontani di tutti, sempre verso terra, poi hanno spento le luci di via, e all’ alba ? Primi.
Ma come vuoi che la beviamo !
Oggi, li hai visti ? Alla seconda bolina – no dico – li hai visti ? Erano quelli più a terra di tutti, quasi in spiaggia…….Hai visto come ci sono passati davanti ? Andavamo tutti a due nodi, due nodi e mezzo, loro erano gli unici che andavano almeno a cinque”.
Eh, le parole pesano, e le malignità ancor di più: ecco il dilemma del regatante sconfitto: hai un bel dire a te stesso che non c’ era vento al largo, che sotto costa forse ce n’ era di più, che solo loro hanno navigato così vicino a riva, che hanno la barca che con poco vento va forte, eccetera, eccetera, eccetera.
Ma in effetti la cosa ti rode dentro, e come se ti rode !
Pareva proprio che andassero a cinque nodi; del resto là in fondo nessuno avrebbe potuto controllare: un colpetto, e via ! Anche solo due minuti al minimo, e via ! Anche solo un minuto di motore, e sarebbero finiti davanti a tutti. Chi lo sente un motore al minimo lontano mezzo miglio e quasi completamente sottovento !
Eh, caro lettore, tutto fa esperienza; imparare bisogna !
Così si fa, alla faccia della vela !
Così si fa, alla faccia dei “puri”!
Così si fa, alla faccia dei giudici della Federazione con i loro briefing, i loro segnali, e i loro impeccabili gilè blu deCoubertiniani !
Così, se dopo aver sgobbato e pagato tutte le tasse per anni e anni (e quindi aver sempre navigato nella vita con onestà e purezza di spirito sportivo) scopri che qualcun altro, partito insieme a te e con gli stessi mezzi, ha avuto molto più successo (e quindi è arrivato prima di te accendendo il motore di nascosto e fingendo di navigare sempre e solo a vela) non avere alcun dubbio: in qualche modo ha fregato il fisco, cioè ha fregato anche te !
Nessuno riuscirà più a togliermi dalla testa tale affermazione.
E’ come l’ eterna contrapposizione con la quale che ciascuno di noi si trova a combattere nella vita: vivere nell’ intelligenza o vivere nella furbizia?
Ricercare cioè il tornaconto di tutti o solo il tornaconto proprio?
Certo chi fa il furbo gode assai ma, ma, ma…
Ma ricordo benissimo, nella mia fresca gioventù di diciottenne, quel libro di satire di Orazio dove a pagina-chilosa trovai l’ immagine di una lapide con su scritto: “Aveva un milione di sesterzi…è morto lo stesso!” …Eh, Orazio è sempre Orazio!
Così come ricordo nel testo di letteratura italiana quel meraviglioso verso di Giuseppe Ungaretti “la morte si sconta vivendo”.
Noi e solo noi con la nostra condotta di vita su questa terra siamo padroni di essa, perché possiamo trascorrerla in paradiso oppure opssiamo trasformarla in un inferno.
E chi vive “da furbo” trascorre una vita da paradiso?
…Eh, Ungaretti è sempre Ungaretti!

Marco Scarpa

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