STORIA DELLA DELLA FEDERAL RESERVE

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parte 2

Parte 3

di Alessandro Trinca

Dopo dodici anni di manipolazioni dell’economia statunitense da parte della Seconda Banca degli Stati Uniti, il popolo americano ne aveva avuto abbastanza. Gli oppositori della banca nominarono Andrew Jackson, un distinto senatore del Tennessee, per concorrere alla presidenza.

Andrew JacksonAll’inizio nessuno dava a Jackson alcuna possibilità, da tempo infatti la banca aveva imparato a controllare il processo politico con il denaro. Ma con grande sorpresa e sgomento generale nel 1828 Jackson riuscì a vincere e, non appena insediatosi, iniziò la sua lotta per affossare la banca.

Poiché la concessione statutaria ventennale non sarebbe scaduta prima del 1836, l’ultimo anno del suo eventuale secondo mandato (ammesso che fosse riuscito a farsi rieleggere), inizialmente Jackson si accontentò di cacciare dagli uffici del governo i numerosi tirapiedi della banca, licenziando ben 2.000 degli 11.000 dipendenti del governo federale. Nel 1832, con l’avvicinarsi delle nuove elezioni, la banca, sperando che Jackson non volesse agitare polemiche, chiese al Congresso di approvare il rinnovo dello statuto con quattro anni di anticipo. Ovviamente il Congresso fu d’accordo e inviò l’atto al presidente per firmarlo, ma Jackson mise il veto e si espresse senza mezzi termini dicendo: Non vi è forse una minaccia per la nostra liberta e la nostra indipendenza in una banca che, per sua natura, ha cosi poco da spartire con il nostro paese? Controllare la nostra valuta, ricevere il nostro denaro pubblico e tenere migliaia di nostri cittadini sotto la loro dipendenza, sarebbe più temibile e pericoloso di una potenza militare nemica.” – Andrew Jackson, messaggio di veto riguardo alla Banca degli Stati Uniti del 10 luglio 1832 – cfr. “A Compilation Of The Messages And Papers Of The Presidents : Prepared Under The Direction Of The Joint Committee On Printing, Of The House And Senate. Pursuant To An Act Of The Fifty-second Congress Of The United States”, di James D. Richardson, ed. Bureau Of National Literature, Inc. 1897 (http://avalon.law.yale.edu/19th_century/ajveto01.asp).

Il Congresso non fu in grado di superare il veto posto dal Presidente e quando Jackson si ripresentò per la rielezione, portò la sua causa direttamente davanti al popolo conducendo, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti, la campagna presidenziale per le strade. Il suo slogan era “Jackson e Nessuna Banca”.

Il partito Repubblicano nazionale gli contrappose il senatore Henry Clay e, nonostante i banchieri profusero oltre 3 milioni di dollari nella campagna di quest’ultimo, Jackson fu rieletto a furor di popolo nel novembre del 1832.

A dispetto della vittoria, Jackson sapeva bene che la battaglia era appena all’inizio: “L’Idra della corruzione è solamente stordita, non morta”, disse il neoeletto presidente. – Andrew Jackson – cfr. “Country of vast designs, James K. Polk, the Mexican War and the Conquest of the American Continent”, di Robert W. Merry; ed. Simon and Schuster 2009, p. 39.

Per ritirare i depositi governativi dalla “Seconda Banca degli Stai Uniti” e metterli in altre banche sicure, Jackson dovette licenziare ben 2 Segretari del Tesoro (che si rifiutarono di eseguire l’ordine), prima di poter contare su un certo Taney. L’operazione ebbe inizio a partire dal 1° ottobre 1833 e a cose fatte Jackson era entusiasta: “Ho una catena e sono pronto a strappar via ogni dente, fino alle radici.” – Andrew Jackson – cfr. “Web of Debt”, di Ellen Brown, ed. Third Millennium Press 2008, p. 79.

Ma la banca non aveva ancora rinunciato a combattere. Il suo presidente, Nicholas Biddle, utilizzò la propria influenza per ottenere che il Senato rigettasse la nomina di Taney; poi, in una rara esternazione di arroganza, minacciò di provocare una depressione nel caso in cui alla banca non fosse stato rinnovato lo statuto. “Questo rispettabile presidente pensa che siccome ha scotennato indiani e imprigionato giudici, possa avere la meglio sulla Banca. Si sbaglia.” – Nicholas Biddle – cfr. “The Correspondence of Ncholas Biddlei”, di Reginald Charles McGrane, ed. Boston New York, Houghton Mifflin company 1919, pp. 221-222.

Nicholas BiddleQuando capì che il rinnovo dello statuto era realmente a rischio, Nicholas Biddle tenne fede alle sue minacce: la banca contrasse bruscamente la fornitura di denaro, richiedendo il pagamento di tutti i prestiti e rifiutando di erogarne di nuovi. Ne scaturì il panico finanziario, seguito da una profonda depressione; i salari e i prezzi diminuirono, la disoccupazione dilagò insieme alla bancarotta delle imprese e la nazione andò rapidamente nel caos. Ovviamente Biddle diede la colpa del crollo a Jackson, affermando che ciò era stato causato dal ritiro dei fondi federali dalla banca e i direttori dei giornali si scagliarono contro il Presidente.

Nel giro di qualche mese il Congresso si riunì in quella che fu chiamata la “Sessione del Panico” con l’obiettivo di superare il veto presidenziale al rinnovo dello statuto. Jackson inveì contro la banca: “Siete un covo di vipere. Intendo stanarvi e, lo voglia il Cielo, vi stanerò!” – Andrew Jackson – cfr. “The Theory of Livevolution: “Great” Society of the Un-dead”, di Robert Roselli, ed. Xulon Press 2008, p. 176.

Se il Congresso avesse messo assieme abbastanza voti da superare il veto di Jackson, la banca avrebbe potuto avere garantiti altri 20 e più anni di monopolio sul denaro americano, un periodo sufficiente per consolidare il suo già grande potere. Ma avvenne un miracolo: il governatore della Pennsylvania si fece avanti a sostegno del presidente e criticò duramente la banca. Inoltre, Biddle era stato sorpreso a vantarsi in pubblico del piano della banca per far crollare l’economia (uno dei pochissimi errori commessi dagli uomini del potere). Improvvisamente la sorte cambiò e, nell’aprile del 1834, la Camera dei Rappresentanti votò 134 contro 82 a sfavore del rinnovo alla banca. Questo risultato fu seguito da una votazione ancor più schiacciante per creare una commissione speciale che indagasse sulle responsabilità della stessa nel tracollo.

L’8 gennaio 1835, Jackson pagò l’ultima rata del debito nazionale, che si era reso necessario dall’aver permesso alle banche di emettere valuta in forma di prestito per il governo, invece di emettere tale valuta direttamente in forma di banconote del Tesoro, che non generano debito. Egli fu l’unico presidente che riuscì ad azzerare il debito. Alcune settimane dopo, il 30 gennaio 1835, un assassino di nome di Richard Lawrence tentò di sparare al presidente Jackson ma, entrambe le pistole mancarono il bersaglio. Lawrence fu giudicato non colpevole per infermità mentale e, dopo il suo rilascio, egli si vantò con alcuni amici che dei potenti individui in Europa gli avevano assegnato quel compito e gli avevano promesso di proteggerlo nel caso fosse stato catturato.

L’anno seguente, quando la concessione statutaria fu scaduta, la Seconda Banca degli Stati Uniti cessò di essere la banca centrale della nazione. Biddle fu quindi arrestato e accusato di frode. Alla fine del processo fu assolto ma morì subito dopo, ancora alle prese con cause civili.

Dopo il suo secondo mandato presidenziale, Jackson si ritirò nella periferia di Nashville per trascorrere il resto della sua vita. Egli è tutt’oggi ricordato per la sua determinazione nell’affossare la banca e, in effetti, l’affossò cosi bene che al potere occulto occorsero ben 77 anni per rimediare al colpo subito. Quando gli fu chiesto quale fosse stata l’impresa più importante che avesse mai realizzato, Jackson rispose: “Ho ucciso la Banca!” – Andrew Jackson – cfr. “Money: Everything You Never Knew About Your Favorite Thing To Find, Save, Spend & Covet”, di Harry Choron e Sandra Choron, ed. Chronicle Books 2011, p. 43.

Purtroppo anche Jackson non riuscì a cogliere l’intero quadro e le sue profonde radici: sebbene egli avesse eliminato la banca centrale, il sistema bancario a riserva frazionaria, ossia l’arma più insidiosa dei banchieri, era rimasto in vigore nelle numerose banche statali. Ciò venne utilizzato per alimentare l’instabilità economica negli anni successivi.

In ogni caso, per diversi anni l’America prosperò espandendosi verso ovest e per diverso tempo i banchieri non furono in grado di riconquistare un potere centralizzato. Ciò anche grazie al fatto che per un certo periodo anche i rapporti con gli altri stati furono caratterizzati da calma e stabilità: James Monroe, quinto presidente degli Stati Uniti, nel 1823 aveva infatti fatto propria la teoria secondo cui l’America non avrebbe più dovuto intromettersi tanto nelle dispute fra le potenze europee, quanto fra una potenza europea e le rispettive colonie. Egli sosteneva infatti che l’Europa non avrebbe più dovuto accampare pretese non solo sugli Stati Uniti, ma su tutto il continente americano, compresa l’America latina, da poco decolonizzata. Stringendo rapporti commerciali e diplomatici con Messico, Colombia, Brasile e Cile, gli Stati Uniti decisero di istituire un rapporto privilegiato con i paesi liberatisi dalla dominazione coloniale.

 … segue nella parte 4

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