Unione Europea: i pescatori calabresi non ci stanno

di Antonella Policastrese

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        Non si placa la protesta contro il divieto della pesca imposto dai trattati europei. Questo è il periodo del novellame, ossia del pesce neonato, della sarda che in Calabria viene trasformata in sardella, un piatto gustosissimo macinato con il peperoncino, una sorta di caviale che non ha costi proibitivi e può stare sulle tavole di tutti.

      Una volta il mare era l’unica fonte di sopravvivenza per tanti pescatori calabresi che con le loro imbarcazioni stavano in mare, sfidando i pericoli delle onde, pur di portare a casa il sostentamento per le loro famiglie. Oggigiorno, che siamo in Europa, il mare diventa zona off-limit da guardare, ma da non solcare . La protesta non si è fatta attendere ed a Nicotera i pescatori hanno sfidato i gommoni della Capitaneria di Porto per non arrendersi alle imposizioni di un’Europa che ci sta letteralmente affamando.

       In Calabria poi la situazione diventa ancora più drammatica e gli unici settori importanti per contribuire a risollevare la nostra economia sono incredibilmente vessati da decreti capestri. Impossibile pensare che la pesca possa essere un danno. In una regione come la nostra, con una disoccupazione salita alla stelle e con settori produttivi oltremodo deboli, tali negazioni hanno il sapore di una punizione perché immiseriscono ancora di più la condizione lavorativa della popolazione residente.

       Da che mondo è mondo il pescatore non ha mai contribuito allo sfruttamento selvaggio del mare, semmai minacciato da altre cause esterne, come le trivellazioni che scompigliano l’ecosistema marino o peggio ancora costruzioni di villaggi che erodono la costa provocando inquinamento in nome di un turismo che tende a deturpare le bellezze paesaggistiche e naturali dei territori. Ciò che distrugge le specie ittiche più che l’incremento della pesca è senz’altro l’inquinamento marino, come le perdite di olio combustibile delle navi che hanno provocato non pochi disastri per l’ecosistema in occasione di incidenti che si sono verificati e possono succedere ancora.

       Si dice che la politica comunitaria della pesca mira a tutelare l’ambiente marino ed impone quote di pescato per ciascun stato mediante quote stabilite dalla Comunità Europea, una matrigna che in nome di quantitativi da produrre privilegiaaltri paesi penalizzando il nostro che deve adeguarsi, tirare la cinghia e farsi stritolare da uno sviluppo a due velocità che rasenta quello da terzo mondo in Calabria.

       Inoltre con la nuova proposta di riforma del settore che scatterà nel 2015 viene introdotto l’obbligo giuridico di ridurre ancora di più la pesca di ciascuna specie ittica che deve essere al di sotto del suo tasso di riproduzione per garantire la sostenibilità della pesca. Sembra del tutto evidente che in questo modo si globalizza la miseria ed al danno di un sistema economico già penalizzato dalla mancanza di lavoro, si aggiunge la beffa di altri posti di lavoro che si perderanno.

      La proposta prevede che le concessioni di pesca vengano rilasciate ad organizzazioni di pescatori e che siano cedibili eventualmente anche ad organizzazioni di altri stati membri. Questo comporta che un pescatore fa prima a vendersi la barca e le reti rinunciando a vivere per rispettare i trattati europei che non sono certo di natura politica, masoltanto economica.

       In nome del mercato si stanno distruggendo settori importanti che potrebbero essere il volano per uno sviluppo negato che ci condanna ancora ad essere uno dei sud del sud del mondo. Le leggi, le norme, il rispetto dell’ambiente servono se l’intento è preservare i territori dalla mano selvaggia dell’uomo. Ma ci pare che allo stato attuale tali regolamentazioni valgano soltanto per fasce deboli per nulla tutelate e per un prodotto che perde sempre più competitività.

 

Altro che PIL e sviluppo

Qui pare che a svilupparsi sia solo la miseria

Antonella Policastrese

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