Germania in giudizio per danni di guerra

di Antonella Policastrese

Tsipras-danni-guerra-Merkel-nazismo

     Si, effettivamente potrebbe essere l’idea giusta quella di chiedere danni di guerra alla Germania per interrompere il predominio di questa sorta di “califfato d’occidente” che si chiama Unione Europea. Perché, come la voltano e come la girano; addossando la responsabilità della crisi ora alle bolle finanziarie di oltre oceano e poi all’enorme indebitamento di taluni stati, in buona parte dell’Europa stiamo tutti peggio e su tutti i fronti rispetto al secondo dopoguerra.

    La Grecia i danni di guerra alla Germania ci ha provato a chiederli già nel 2013, ma quella nazione fece orecchie da mercante. Il governo di Atene aveva chiesto un risarcimento di 162 miliardi di euro che sarebbero bastati ad azzerare il prestito concesso ai greci dalla Troika (Fondo monetario Internazionale; Banca centrale europea e Unione europea). Ci ha riprovato, appena insediatosi come primo ministro, Alexis Tsipras, e stavolta Angela Merkel ha risposto nettamente con un secco “scordatevelo”. Grandi numeri, ballate di miliardi, questioni giudicate di lana caprina, che trovano spazio sui media come note di colore. Sarà, ma il 26 maggio prossimo, davanti al Tribunale di Cosenza è di danni di guerra nei confronti della Germania e della sua Cancelliera che si dibatterà. Come riportato da questo giornale, i parenti di un soldato italiano, fatto prigioniero nel 1943 e internato nel campo di lavoro di Essen, hanno citato in giudizio l’attuale capo del governo tedesco affinché risarcisca gli eredi del danno patito dal proprio congiunto. Comunque vada a finire, sia per quanto riguarda il governo greco che per gli eredi del soldato cosentino, si riapre una antica ferita, patita soprattutto dall’Italia e dagli italiani, quanto dalla Grecia e dai greci, che fu causata dalla rottura dell’alleanza tra Germania e Italia l’8 settembre del 1943. La reazione del “Terzo reich” dopo la resa dell’esercito italiano nei confronti delle truppe anglo-americane, fu furibonda; sanguinosa e spropositata. Il soldato di Cosenza, i cui eredi chiederanno il ristoro dei danni patiti, nell’udienza fissata per il 26 maggio, era uno degli 810 mila catturati, subito dopo l’armistizio del 1943, dalle truppe tedesche della “Wehrmacht”. Presumibilmente egli fu uno dei circa 600.000 che rifiutarono ogni collaborazione e vennero internati nei campi di concentramento in Germania e destinati ai lavori forzati. Quello che oggi è il faro dell’Europa, dopo essere stato il “Terzo Reich” di Hitler; nei fatti è al suo quarto tentativo (sin’ora incontrastato) di costituire un impero. Gli stati si inchinano alla Germania, ma l’Italia addirittura si genuflette, prendendo ordini, eseguendo pedisse-quamente le ricette imposte da Francoforte (cioè da una banca, neppure da uno stato membro della UE), come furono quelle di levare di mezzo le province; allungare l’età pensionabile; rendere precario il lavoro, svendere il patrimonio comune e aumentare l’IVA. Ed è così che Tsipras in Grecia ci prova a sovvertire il nuovo ordine europeo costituito, ritrovandosi però ad avere la corda del debito al collo che non si allenta neppure davanti alla paventata uscita dall’area euro. Forse agli italiani sfugge la reale portata di quello che accadde dopo l’8 settembre del 1943; nelle scuole non approfondiscono l’argomento; da noi si dimentica in fretta; il passato non si riflette nel futuro e quindi i giorni da qui a venire sono incerti, giacché è incerto il futuro se monco di quella sua quintessenza che è il passato. L’Italia nel 1943 era stanca di guerra; non reggeva più il peso della sua disastrosa alleanza con la Germania di Hitler , soverchiata dalla potenza degli anglo-americani che dalla Sicilia cominciarono a risalire la Penisola. Dopo quel fatidico giorno di settembre del 1943, tutti credevano che la guerra fosse finita; come i soldati della “divisione Acqui”, dislocati a Cefalonia, in Grecia. In un numero variabile tra duemila e novemila unità, tra il 23 e 28 settembre del 1943, furono letteralmente trucidati dagli ex alleati tedeschi con l’ordine di disarmare e deportare le truppe italiane a seguito dell’armistizio di Cassibile. L’Italia a quell’epoca voleva uscire dalla guerra, come forse la maggioranza degli italiani vorrebbe uscire adesso da questa alleanza obbligatoria; calata dall’alto e che si chiama Unione Europea a trazione tedesca; che pure nacque, teoricamente, per allontanare per sempre dal vecchio continente il pericolo e gli orrori della guerra. Ne uscì, alla fine, l’Italia di quegli anni; ma il prezzo pagato all’ex alleato tedesco fu altissimo: solo tra i civili, nelle varie stragi perpetrate dalla “Wehrmacht” e dai nazi-fascisti, ne furono trucidati almeno 15 mila. I militari ammazzati dopo l’8 settembre del 43 per mano dell’ex alleato, furono invece oltre ottantamila. E’ da almeno 15 anni a questa parte che l’Italia cade a pezzi, che non è più uno stato con sovranità nazionale; che non può mungere le mucche; coltivare pomodori; raccogliere le arance; andare a pesca e raccogliere vongole senza prima averle misurate una ad una. Si è poi aggiunta una crisi morale e d’identità in caduta libera; il nostro Paese è assoggettato a un travaso di popoli che non conosce tregua. C’è chi chiede di spezzare questa catena e di liberarsi del giogo “teutonico”, come avvenne nel 1943. L’Italia precipiterebbe nel baratro, preconizzano gli europeisti, e starebbe davvero molto peggio di venti anni fa. Peccato che siamo sul fondo del baratro e semmai il difficile è risalirlo. Ognuno ci prova come può; forse sarebbe ora di fare una class-action contro chi ci ha fatto finire dentro quel baratro. Cominciando a chiedere i danni di guerra, anche di questa nuova guerra finanziaria, non solo per quelli patiti da un soldato di Cosenza nel 1943, che ci si augura gli siano riconosciuti.

Antonella Policastrese

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