Archive for Racconti

Storia o novelle ?

di Gianni Traversi

garibaldi

La storia è una delle materie scolastiche insegnate a scuola ai nostri figli.

Ma qual’è il significato della parola storia?

Prendiamo una definizione che viene data da un dizionario on-line :

 stò·ria/ sostantivo femminile

1.Indagine o ricerca critica relativa a una ricostruzione ordinata di eventi umani reciprocamente collegati secondo una linea unitaria di sviluppo (che trascende la mera successione cronologica propria per es. della cronaca ).”problemi”

2.Successione di vicende e di casi reali o fantastici, Read more

Abelardo ed Eloisa

Abelardo ed Eloisa

di Alfredo Cosco

Abelardo

Questa storia sembra una leggenda.
L’amore tra il grande Abelardo ed Eloisa. Un amore estremo dalle conseguenze estreme.
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Il giocattolaio

Il giocattolaio

di Alessandro Gallo

eskander

giocattolaioC’era una volta un inventore di giocattoli che viveva in un luogo isolato dal villaggio più vicino, ove appariva solamente nelle occasioni di particolari momenti di comune apprensione o difficoltà. Tra le persone del luogo non vi era conoscenza del suo passato, e molti pensavano fosse un individuo maligno che si nutriva della sofferenza altrui, mentre i pochi che lo avevano conosciuto, seppure in brevi conversazioni, lo ritenevano un benefattore disinteressato ma, essendo questa una teoria minoritaria, preferivano astenersi dall’ esporla agli altri, onde evitare atteggiamenti discriminatori nei propri confronti. Read more

Relax , have a rest .. please.

Relax , have a rest .. please.

di Morena Pantalone

L’Angolo di Morena LINEA

mareIl mare così bello mette tutti d’accordo e spariscono i dissapori che ci vedono a volte ostili l’un l’altro per questioni anche poco importanti.

La natura, quindi ci riconcilia tutti a partire da noi stessi verso noi stessi, e poi verso il prossimo, spogliati di qualsiasi ideologia politica e religiosa siamo solo esseri umani davanti all’immenso mare e nulla su questa terra ci appartiene, ma apparteniamo a lei finchè siamo in questo involucro che è il corpo.

Ricontattiamoci con la natura rimasta ancora integra e risaniamola dallo scempio e dalle barbarie in atto contro essa e l’umanità .

Noi non siamo fatti per odiare. Read more

La statura delle persone non si misura in centimetri.

La statura delle persone non si misura in centimetri.

di Morena Pantalone

L’Angolo di Morena LINEA

morena statura

Il sole in alto a noi è di tutti gli esseri viventi ed è in grado di illuminarci tutti e renderci visibili, riscaldati e nutriti.

Se l’essere umano usasse amore in quello che fa non avrebbe bisogno di fare ombra sulle altre creature del pianeta per brillare di più degli altri.

Ci sarebbe posto per tutti gli esseri viventi se sapessimo metterci nel modo giusto e senza oscurarci a vicenda, poiché ogni nostra personale conquista illumina il cammino dei nostri compagni di viaggio.

Proprio adesso è arrivato un fagiano Read more

Il mio Tempo

Il mio Tempo

di Morena Pantalone

L’Angolo di Morena LINEA

morena

Sono la donna invisibile e me ne vanto

Questo è quanto.

Sola e spettinata me ne vò

Per le campagne

Indisturbata

In incognita e infiltrata

Lavoro 45 min al giorno e mi danno 8 euri.

Tempo ne rimane ma  non è il tempo a volare,

siamo noi che stiamo fermi …

Pur sembrando indaffarati,

Il tempo che cerchiamo di ammazzare …

e a volte di ingannare,

correndo di più per averlo poi libero.

Devo farmi strada nel fittissimo e spinoso sottobosco

e raggiungere la vetta chiara per vedere dall’alto le cose come stanno…

E potere dare alla mia missione, finalmente uno scopo.

Agisco su più livelli ed anche altri lo fanno con me da più punti del pianeta.

Per godere della pace e del silenzio bisogna essersi saputi districare dal proprio caos interiore,

Essersi almeno incamminati nella selva e vederla diventare sempre più fitta …

E  avere saputo trovare la strada del ritorno dopo essersi persi più e più volte…

Ci sono anche umani esseri che mi abbaiano contro a volermi creare più ostacoli,

e anche questi rabbiosi che mi sfidano bisogna saperli tenere a bada…

e anche se dico a qualcuno furbo che è una gran testa di minchia

per lui risulta comunque un complimento.

Poiché non sono io a porgere l’insulto ma lui stesso a meritarlo.

.. e con questo gli dico: Tempo scaduto!

Morena Pantalone

Morena Pantalone

Una mosca di troppo.

Una mosca di troppo.

di Morena Pantalone

L’Angolo di Morena LINEA

mosca nasoOrribile condividire l’abitacolo della mia macchina con una mosca dispettosa mentre sto guidando.

Ma ancor più mi imbestialisco se penso che questa intrusione è opera del tizio che abita con me…

Bella idea l’avere lasciato aperta l’auto sotto gli alberi e in zona di mietitura, in corso proprio oggi….

Polvere e ragni, lucertole, Read more

Correva l’anno 2022.

Correva l’anno 2022.

di Mariano Abis
piramidi rovesciate mariano abisLa Sardegna era già da cinque anni libera, era riuscita ad acquisire una identità di popolo, e ad eliminare i dissidi tra i vari movimenti indipendentisti, che hanno fatto finalmente fronte comune, ivi compresi il gruppo dei popoli liberi e il movimento di liberazione, del resto l’occasione era ghiotta, di fronte al disfacimento di tutto il sistema italia, bisognava approfittare della sua debolezza.
Erano anni che le scuole e la sanità non funzionavano più, per mancanza di fondi, succhiati dai finanzieri speculatori che intanto si erano ulteriormente rafforzati sui vari stati, le forze dell’ordine non svolgevano più il loro ruolo, sia per mancanza di fondi, sia perchè erano riusciti ad acquisire la consapevolezza necessaria che avrebbero dovuto smettere di difendere degli autentici criminali, a discapito della gente.

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POTETE ANCHE NON INTERESSARVI DI POLITICA MA LA POLITICA SI INTERESSERA COMUNQUE DI VOI

POTETE ANCHE NON INTERESSARVI DI POLITICA MA LA POLITICA SI INTERESSERÀ COMUNQUE DI VOI

di Carlo Giorgietti

tutto è policaLa crisi attuale qualche merito lo ha, non dico che la massa si sia avvicinata alla politica ma almeno in molti si pongono delle domande, non si porranno le domande giuste e non troveranno le risposte corrette ma almeno iniziano a pensare quindi è un inizio .Per lavoro incontro spesso un signore che lavora in una azienda manifatturiera di medie dimensioni, fino ad ora ci scambiavamo poche parole oltre ai saluti e allo stretto necessario per il rapporto di lavoro perché il suo unico interesse era il calcio e questo è un argomento per me non interessante. Ultimamente le cose sono un po’ cambiate e lui quando lo incontro mi parla anche di politica, quindi è iniziato un interessamento da Read more

Hettia

Hettia

di Pilo Giovanni Mario

illustrazione di Mariano Abis

abis impoverireSono ribelle da tutta la vita, dal 2006 ho ritenuto giusto non pagare più niente a questo stato ladro, il 24 dicembre del 2012 arrivano i nas nella mia rivendita,tutto è in regola, ma un panettone è rimasto invenduto, dallo stesso si era distaccata l’etichetta degli ingredienti, trovata poco più tardi sotto la pedana, bene, il devoto sottufficiale decide di farmi una multa di 4.800 euro; gli faccio notare che è l’ultimo, gli faccio notare che è la vigilia di natale, ma come potette immaginare il devoto applica il massimo della sanzione. A nulla son servite le giustificazioni , come a nulla le Read more

Cosa rimane del 25 Aprile. Ricordi sfumati nel tempo

Cosa rimane del 25 Aprile. Ricordi sfumati nel tempo

di Antonella Policastrese

liberazioneE poi arrivò il giorno della liberazione. Dopo aver combattuto eravamo fuori dall’incubo nazifascista, da quella Germania, che dopo l’armistizio firmato da Badoglio, cominciò a darci addosso, a compiere stragi man mano che il suo esercito si ritirava, e che ci considerava traditori. Il tributo di vite umane era stato così alto, che nei boschi, nelle campagne la terra emanava un acre odore di sangue. La resistenza partigiana aveva portato sui monti, donne ed uomini che avevano lottato strenuamente per la libertà, per la repubblica, per la democrazia.Come dimenticare quella figura di lavandaia che ispirò il libro della Viganò: “l’Agnese va a morire”, staffetta dei partigiani,riconosciuta da un tedesca e fatta fuori come un cane. Credere in un’idea di un mondo più giusto, restituire diritti ,impegnarsi mettendoci la faccia, perchè quella sporca guerra finisse e desiderare di vivere in pace. A distanza di settant’anni Read more

Damasco un nome , una garanzia.

Damasco un nome , una garanzia.

di Mariano Abis
Vincitore di un palio di siena, e protagonista di tanti fatti esaltanti.
Conosciuto in tutta italia.
damascoGiorno di pasquetta.
In nave.
Di ritorno dalla bella ( e cara ) isola di san pietro, il porto di carloforte rimpicciolisce sempre più, in una tiepida giornata primaverile funestata però da un freddo vento fastidioso.
Al largo è ancora più ingombrante, anche più freddo, sembrerebbe, poco male, troviamo rifugio all’interno della nave, qui si sta bene, e non solo per il clima.
La compagnia è splendida, gente notevole, e abbiamo il grande Damasco a farci compagnia.
Ci racconta una storia, lui dice che l’ha sentita altrove, ma ho il sospetto che la abbia inventata sul momento, poco male, dopo che ho conosciuto il suo valore, mi sento autorizzato a pensarlo.

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COSMIC WAVE

COSMIC WAVE

Un ROMANTICO del 21esimo secolo

di Gabriele Garzoli

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Se oltrepassi la velocità della luce fai ritorno nel passato e rivedi la tua vita come quando stai morendo. E’ un film che vince l’Oscar qualora il regista interpreta bene anche il ruolo di attore protagonista, ma sarà un fiasco totale se reciterà come una comparsa. Read more

L’eloquenza del silenzio

L’eloquenza del silenzio

di Salvatore Rainò

silenzio

Rispondere alle domande è una questione di sguardi, non di parole.

Infatti gli occhi dei bambini guardano nel silenzio, anche quando chi sta guardando non sa parlare, quando non ha imparato ancora a farlo, quando non sa più farlo, quando non parla la stessa lingua.

I discorsi convincenti arrivano quando lo sguardo è quello giusto, quando non vi sono parole che bastino, quando le parole sono inutili, quando il silenzio non è abbastanza.

L’eloquenza del silenzio vuole solo silenzio, le parole si prestano alla falsità, lo sguardo entra nell’anima, quella di chi guarda, quella di chi vorrebbe ascoltare, quella che tutti abbiamo avuto da bambini quando non sapevamo ancora parlare.

Quando vi è bisogno di parlare, finisce la magia del linguaggio più vero, quello dell’anima.

Ascolta la voce dell’anima, non fidarti delle domande alle quali gli altri rispondono con domande fatte da altri ancora.

Non fidarti nemmeno di chi spiega le cose senza chiedersi perché esse siano così.

Cerca un amico che ti ascolta, senza parlare.

Cerca qualcuno che non ha bisogno di darti nulla, ma che ha solo la voglia di stare con te.

Cerca qualcuno che vorresti rendere felice e non sai nemmeno perché.

Cerca e non stancarti, cerca chi ha bisogno soltanto di fare silenzio e guardalo, finché non riesci davvero a dirgli una cosa soltanto.

Cerca per il solo gusto di farlo, senza pretese, senza aspettative, guarda quanto grande sarà la sorpresa.

Non fidarti di chi ha troppe cose da dire, di chi vuole sempre parlare, di chi non sa stare in silenzio.

Se non sopporti il silenzio fuori di te, è soltanto perché il chiasso è forte dentro di te.

Aspetta, aspetta che arrivi il momento giusto e buttati dentro la storia di un’altra persona che ha bisogno del tuo silenzio. Col tuo silenzio potrai aiutarlo, potrai parlargli, potrai farlo tornare piccolo piccolo e fargli dimenticare tutto il dolore.

Quando qualcuno ti fa una domanda, non rispondere subito, ma aspetta almeno un istante e guardalo, guardalo negli occhi senza parlare.

Quando vorresti dire qualcosa, aspetta ugualmente e guarda, guarda soltanto se qualcuno ti sta ascoltando.

Non sciupare mai le tue parole, non sgomitare per prendere la parola, non rispondere alle domande che nessuno ti ha fatto: nessuno ti ascolterebbe.

Non sottovalutare mai i momenti di silenzio che sopraggiungono all’improvviso nella tua vita: essi vogliono dirti qualcosa.

Non aver paura del silenzio, abbi paura delle parole silenziose alle tue spalle. Quando ciò accade, voltati subito e non parlare, guardali!

Non bisbigliare perché potresti offendere il silenzio del cuore degli altri.

Non pretendere che gli altri parlino soltanto per dirti ciò che vuoi sentire, “sentili” per dare loro la possibilità di “parlarti”.

Parlare è un problema di silenzi, come l’acqua è un problema di recipienti vuoti.

Sii sempre pronto a fare silenzio e mai troppo a parlare.

Cerca un medico che ti guarda, un amico che sta attento, un sacerdote che sa fare silenzio.

Non aspettarti risposte da chi non ti guarda, non guardare chi parla troppo.

Se un giorno perderai la vista, fidati del silenzio.

Se perderai l’udito sarai l’uomo più fortunato del mondo solo se avrai ancora i tuoi occhi.

Non guardare mai l’altro come se volessi entrargli dentro, ma lascialo entrare, ovviamente in silenzio.

Alcuni suoni sono amici del silenzio: il vento sulle creste dei monti, la pioggia sui viottoli, il cammino di chi torna a casa la sera, il respiro di un bimbo che dorme, lo scorrere del tuo sangue mentre sei in un luogo ove impera il silenzio.

Non accettare spiegazioni se non precedute da un adeguato silenzio.

Non concedere la tua parola a chi non ha mostrato di saper fare silenzio.

La parola vuole entrare, mentre lo sguardo apre le braccia.

Amico mio, anche se non ti conosco, riconosco il tuo silenzio e la qualità della tua anima, sappi che ti cerco da molto tempo e che ho sempre saputo com’eri, soprattutto quando facevi silenzio. Perciò continua a starmi vicino, specialmente quando sarai lontano e, non dimenticare mai che esistiamo soltanto perché ci riconosciamo.

SALVATORERAINO.COM

di Salvatore Rainò

Salvatore Rainò

Ai ricatti non ci sto più

Ai ricatti non ci sto più

di Simona De Robertis

ricatto

Il mio tempo non ha prezzo. La mia dignità men che meno.

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Fiabe, miti e simboli- un saggio di Giuseppe Cosco

mitos

Mio padre, giovanissimo, nel 1978, ovvero 37 anni fa, pubblicò un libro, dove raccoglieva antiche fiabe del paese di Pizzo Calabro. Quelle fiabe le raccolse da una vecchietta, che veniva chiamata “zia Carmelina” e nel libro sono presenti sia “in lingua originale”, nel dialetto di Pizzo, sia nell’originale italiano. Quella vecchietta era probabilmente l’ultima persona a ricordare quelle fiabe. Con la sua morte esse si sarebbero perse per sempre, se non fossero state “raccolte” prima. Infatti, nelle righe di premessa del libro è scritto, tra le altre cose:   Read more

C’ERA UNA VOLTA ……….

C’ERA UNA VOLTA ……….

Storia di un animale in via di estinzione : l’uomo

di Gabriele Garzoli

uomo vitruvianoSono passati sessantacinque anni. Mi sembra ieri. Mano nella mano. Mi portavi in giro per farmi conoscere il mondo. Avevi superato i settantacinque anni, ma avevi il cuore di un bambino quando litigavi nelle osterie giocando a scopa o quando incontravi un vecchio amico che aveva bisogno e gli allungavi le cento lire rosse. Lavoravi ancora e ti divertivi ad insegnare ai giovani l’arte della falegnameria. Gli ultimi ultraottantenni ti ricordano ancora col tuo soprannome” di Legria ” ovvero l’allegria. Sì perchè avevi la capacità di sintetizzare la vita in modo gioioso nonostante le traversie che avevi dovuto superare stringendo i denti. Da te ho ereditato la voglia di vivere, di non stare fermo, di attrezzarmi culturalmente e di rinnovarmi. Mi hai regalato qualche difetto come la litigiosità, la testardaggine, la determinazione rivolta ai principi che regolano la convivenza civile, la giustizia e l’onestà mentale.

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la stazione ferroviaria

la stazione ferroviaria

Mariano Abis
da : i racconti di Jolao

piramidi rovesciate mariano abisNella stazione ferroviaria del mio paesino, mooolti anni fa, era tutto un brulicare di gente, c’era il capo stazione, il bigliettaio, un addetto agli scambi dei binari, un inserviente che teneva puliti e in ordine tutti gli spazi, c’era persino un piccolo bar, con due addetti, uno preparava a tutto spiano cappuccini, l’altro panini. il bar era stracolmo di studenti e operai. Allora il servizio di trasporto pubblico era inteso come una necessità, dato che in pochi avevano un mezzo proprio per spostarsi, eravamo immersi in quella problematica e scomoda situazione che veniva chiamata civiltà contadina.

A voler essere cattivi, si poteva definire antiquata. Ma tant’è, quell’ambiente Read more

Incidente e Perdono

Incidente e Perdono

di Salvatore Rainò

images1) Ricorda che, quando ti poni alla guida di un veicolo, ti assumi la responsabilità di una accelerazione dei tempi, anche se hai la sensazione di essere fermo.
2) Non distrarti dall’importanza della guida.
3) Non riversare nella guida i tuoi problemi, i rammarichi e qualunque indisposizione dell’animo.
4) Assicurati sempre di essere puntualmente presente a te stesso, senza dare per scontato che le cose vadano bene da sé.
5) Gestisci la tua salute e quella del veicolo con attenzione ed amore, per non rischiare di rimanere tradito dalla tua ingiustificata sensazione di sicurezza.
6) Non accontentarti di moderare la velocità, dato che essa è, appunto, un fattore potenziale di incidente, mentre è fondamentale che il veicolo si muova, in ogni caso, secondo le intenzioni del conducente.
7) Assicurati sempre che gli alimenti, i farmaci e lo stile di vita siano adeguati a consentire una guida attenta e logica.
8) Conserva attitudini positive e imposta la relazione con i conducenti degli altri veicoli, come se fosse una delicata trattativa basata sull’amore, la condivisione e il rispetto reciproco.
9) Confina la guida alla guida stessa, senza intraprendere, mentre viaggi, discorsi e qualunque argomento che possano procurarti turbamento e possano ridurre l’efficienza e la correttezza dei tuoi comportamenti.
10) Non perdere mai di vista, nemmeno per un istante, la visuale di guida, per esempio, distraendoti con il telefonino o con altri dispositivi, per non incorrere nella drammatica e definitiva interruzione della tua vita e di quella di altre persone, che non meritano di patire per una tua incongruenza.
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Ai ricatti non ci sto più!

Ai ricatti non ci sto più!

di Simona De Robertis

ricatti no

Ai ricatti non ci sto più: il mio tempo non ha prezzo, la mia dignità men che meno.

L’amore privo di Ali non è cosa seria. È soltanto desiderio di possesso e predominio. Tutt’altra storia.

Sto cercando la mia strada. Sto attraversando ogni sorta di paesaggio. E lo sto facendo con quella gioia sconfinata che mai ho conosciuto prima. Anche se ignoro i giorni che mancano al mio “the end”. Anche se nessuno potrà mai dirmi di quanto potrò ancora godere della mia autonomia.

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Tessera PD n° A820608

Tessera PD n° A820608

racconto breve

tessera-pdAllo scoccare della mezzanotte la villa, immersa nel cuore della Brianza, era da poco tornata silenziosa. Gli ospiti, dopo la cena e i convenevoli di rito, si erano congedati, lasciando il padrone di casa finalmente libero di assaporare il trionfo in solitudine.

I bagliori provenienti dal camino si riflettevano sulle pareti rivestite di legno scuro dello studio e illuminavano con lampi fugaci i lineamenti dell’uomo seduto alla grande scrivania posta al centro della stanza. Alcuni documenti, lasciati sul piano rivestito in pelle, recavano in calce le firme che erano all’origine della Read more

L’Ultimo degli Ultrà (racconto breve)

L’Ultimo degli Ultrà (racconto breve)

 

Volo Radente

di Michele Signa

fornero-camusso-bonanni-angeletti-300x216I lunedì erano sempre penosi per Romolo. Che la “Magica” avesse vinto o perso, al rientro in fabbrica, doveva subire i commenti dei colleghi per i segni che immancabilmente portava sul volto: lividi, ferite e fasciature; Romolo era un Ultrà!

Puntualmente onorava la sua fede calcistica partecipando almeno a una scazzottata o a una rissa prima, dopo o durante l’incontro. La partita, per quanto fosse importante, non era l’evento clou della giornata ma solo il pretesto per legittimare l’esistenza del popolo della curva, con i suoi ideali, sentimenti, drammi, gioie e frustrazioni. I compagni della curva rappresentavano un mondo a parte, un microcosmo di cameratismo, amicizia e ribellione. La vera caratura di un Ultrà, ovvero il suo coraggio si apprezzava pienamente durante gli scontri con i reparti di Polizia e Carabinieri schierati in tenuta antisommossa. Solo i più temerari osavano sfidare le barriere trasparenti di scudi, incuranti delle manganellate e degli occhi arroventati dai lacrimogeni. Romolo era uno di quelli, un irriducibile, uno che alla battaglia non si sottraeva mai. La sera, dopo il lavoro, partecipava alle riunioni in borgata nella sede dei “Leoni della Sud”, una confraternita storica del tifo della Capitale. I compagni della curva lo ammiravano perché, a dispetto del fisico minuto e del carattere mite, partecipava sempre agli scontri con determinazione e coraggio pur essendo destinato, il più delle volte, a soccombere nel corpo a corpo con avversari più grossi e determinati di lui. In virtù di questa filosofia di vita il lunedì, immancabilmente, si presentava al lavoro con i lineamenti del viso alterati, dando adito ai colleghi, sconcertati da tanto accanimento, a farne oggetto di beffe e contumelie. Il primo a tributargli il suo arguto commento, anche quel lunedì, fu Leopoldo, guardia giurata di presidio all’ingresso della fabbrica;

–         A Romolè stà vorta hai cercato de sfondà un tir co’ ‘a capoccia pe’ caso? Ma nun ce lo sai che i piccoletti come te devono stà attenti quando attraverseno ‘a strada?

Leopoldo, per rendere più simpatica e amichevole la battuta, soleva accompagnare le parole con un fastidioso scapaccione dritto sulla nuca del malcapitato. Più tardi venne il turno dei colleghi di reparto. Tra di loro c’era il paternalistico che immancabilmente cercava di dissuaderlo dal continuare a frequentare certe amicizie e certi ambienti, l’ironico che ogni lunedì fingeva di non riconoscerlo per via delle ferite sul volto, l’arrogante che gli dava apertamente dell’idiota per quella che ai suoi occhi era un’evidente dimostrazione di stupidità, cioè farsi periodicamente picchiare da bestioni più grossi e cattivi e infine lo stronzo che ne sparlava liberamente con tutti senza nemmeno curarsi di farlo di nascosto. Romolo rimaneva indifferente a tutto, a lui importava solo il rispetto e la considerazione dei fratelli della Curva Sud, una famiglia a cui era fiero di appartenere. Il lavoro in fabbrica scorreva monotono giorno dopo giorno. Da molti mesi lo Stabilimento lavorava a singhiozzo, due o tre giorni a settimana e la tensione tra le maestranze saliva gradualmente mentre si diffondevano voci di crisi, di ordini cancellati, di posti di lavoro a rischio. Romolo non se ne curava. L’importante era riuscire a guadagnare abbastanza per pagarsi le trasferte, per il resto, se fosse stato necessario, avrebbe fatto delle rinunce. Sul lavoro era preciso e obbediente e i capi spesso lo usavano come jolly di linea per coprire le postazioni rimaste vuote senza preavviso. Romolo non protestava mai anche se di solito gli venivano riservate quelle più pesanti o meno gradite agli altri. Non di rado suscitava le proteste dei colleghi e i rimbrotti dei sindacalisti perché si ostinava a fare la produzione impostata e spesso a superarla. Chi te lo fa fare? Dicevano; pensi che l’Azienda ti pagherà di più per questo? Così metti in difficoltà gli altri compagni! Anche se spesso ‘gli altri compagni’ erano gli stessi che, daccordo con i capi, gli riservavano le postazioni di lavoro peggiori. Quel lunedì i reparti dello Stabilimento erano percorsi in lungo e in largo da gruppi di sindacalisti decisi ad azzerare tutto il monte ore di permessi sindacali a disposizione. Si preparava per il giorno seguente una grande assemblea e il Sindacato voleva garantirsi la massima adesione possibile. Dovevano essere decise e predisposte le azioni di lotta da mettere in campo per stanare l’Azienda e farla pronunciare sulle prospettive occupazionali future. Il suono della sirena che annunciava la pausa mensa mise fine temporaneamente alle attività lavorative e a quelle sindacali. A differenza dei colleghi, Romolo, in sala mensa, non amava sedersi sempre con le stesse persone e spesso preferiva starsene per conto proprio. Quel giorno andò a sedersi verso il fondo della sala a pochi metri dal tavolo occupato dai responsabili di Reparto, capi, capetti e dal Direttore dello Stabilimento. Aveva appena finito di mangiare il suo piatto di fettuccine al ragù quando in sala mensa entrò un drappello di sindacalisti per distribuire volantini. Ad ogni tavolo si fermavano per rispondere alle domande dei commensali e per ragguagliare questo o quello sulle ragioni dell’assemblea e della mobilitazione del giorno dopo. Man mano che si avvicinavano al tavolo della Direzione il tono della voce cresceva affinché il Direttore e il Capo del personale, intenti a mangiare, potessero sentire distintamente quello che stavano dicendo. Romolo in quel frangente fu l’unico a non allungare la mano per prendere il volantino che gli veniva offerto. In altre circostanze il gesto sarebbe passato inosservato ma per la particolare sistemazione logistica del tavolo la cosa attirò l’attenzione del Sindacalista più battagliero del gruppo. Si avvicinò al giovane con aria di sfida stando attento a mantenere le parole scandite e il volume alto;

–         A te non te ‘nteressa lotta’ pe’ i diritti dei lavoratori?

–         Stai a dì a me?

Chiese Romolo preso alla sprovvista;

–         Si, proprio a te e a  chi sennò? Sei capace solo de farte maciulla’ ‘a faccia pe’ tifa’ undici milionari ‘n mutande o te ‘nteressa anche lotta’ pe’ i tuoi diritti?

Sulle prime Romolo voleva lasciare perdere, come faceva di solito quando veniva provocato lontano dallo stadio, ma le parole del sindacalista le avevano sentite tutti nel refettorio e adesso se ne stavano zitti in attesa della sua risposta. Per la prima volta, pur restando fermo e impassibile, lo sguardo e il volto si trasfigurarono come gli accadeva prima di uno scontro allo stadio;

–         Perché? Chi è che stà a lottà?

–         Come chi? E noi chi semo? Il sindacato e tutti quelli che ce vengono dietro stanno a lottà; pure pe’ quelli come te che se fanno solo li cazzi propri!

–         A me nun me pare che state a lottà. Voi fate solo finta. Se volevate davvero combattè io me sarebbe messo ‘nprima fila co voi. A verità è che fate solo scena e stì fregnoni che ve stanno a sentì li pigliate solo pè culo!

–         Ahò ma che stai a dì? Vuoi insegnà tu al sindacato come se combatte? Sò anni che stamo a lottà pè i lavoratori mentre te sei capace solo de sbatterti in curva cò na massa de deficienti, fanatici.

Romolo represse l’istinto di saltargli al collo e invece sorrise sarcastico;

–         Lo sai che c’hai proprio ragione? Io tutte e settimane vado allo stadio e faccio a botte, lotto, m’azzuffo, le piglio e le dò e nun me tiro mai indietro. Io ce credo nella curva, la ce stanno l’amici miei, semò  fratelli de sangue. Io me farei ammazzà pe’ loro. E tu? Tu te faresti ammazzà pe l’operai tuoi?

Il Sindacalista non si aspettava quel genere di domanda e non seppe rispondere a tono;

–         Che significa farse ammazzà? Il Sindacato ha sempre portato avanti ‘na battaglia ideale contro li padroni e a favore de lavoratori.

–         A bello, ma a chi voi piglià pe’ culo? L’anni che i Sindacati se facevano il culo pè noi operai so passati. Mò siete solo capaci de magnà e farvi li cazzi vostri!

–          Ma che stai a dì? Ma nun ce lo sai che se non era per il Sindacato oggi qua eravate già tutti a casa?

–         Si, come no! A me però non m’hai risposto! Se tu nun sei diposto a morì pé l’ideale tuo allora nun c’hai possibilità de ottenè niente pè me e pè l’artri operai. In curva noi semo i padroni e tutti ce rispettano, pure i celerini, perché sanno che noi nun ce tiramo indietro, mai, manco se c’ammazzeno. Pure il Sindacato prima era così e i Padroni c’avevano paura, de perde li sordi ma pure la pelle, se si mettevano contro l’operai. Ora nun fate più paura a nessuno! Ve sedete al tavolo coi Padroni, fate ‘a ‘concertazione’ o come cazzo ‘a chiamate voi e quelli invece di cagasse sotto s’ammazzano dalle risate pè quanto l’operai so diventati coglioni.

–         Ma che stai a di? A te le botte t’hanno mandato ‘npappa er cervello. Oggi er Sindacato se siede coi padroni e ce parla alla pari, faccia a faccia e quelli ce stanno a sentì!

–          Nun è vero, siete voi che li state a sentì, perché ve conviene, perchè voi sindacalisti ce guadagnante. Acchiappate pè voi, v’arricchite, andate a ricoprì ‘ncarichi ‘mportanti e al tavolo ve calate sempre le braghe. I Padroni a Voi ve lasciano decide solo come ce devono fottè, cò l’articolo diciotto o cò quello che cazzo gli pare!

Il Sindacalista, stanco del confronto con un soggetto così irragionevole, ritenne opportuno troncare la discussione rivolgendosi direttamente agli altri operai;

–         Ecco, lo vedete? So quelli così che ce fanno perdè e battaglie, sò disfattisti! Stateme a sentì, domani nun mancate all’assemblea, dovemo esse uniti e costrigne i padroni a venì allo scoperto e diccè se sta fabbrica cià ‘nfuturo o se dovemo inizià a lottà.

E poi rivolto a Romolo:

–         Te fai ‘npo’ come te pare, tanto er sindacato lotterà pure pè te.

Detto questo il drappello di sindacalisti si allontanò restituendo il refettorio al suo abituale vociare indistinto. Dal tavolo della Direzione nessuno fino ad allora aveva parlato per evitare provocazioni e solo quando i sindacalisti furono usciti dalla sala si sentì il commento di un solerte caporeparto;

–         Ha visto Direttore? Ce ne vorrebbero di operai come quel Romolo li! Pensa solo alle partite, sgobba e sputa pure in faccia al sindacato.

–         Stia zitto Bianchi, lei non ha capito proprio un accidente. Io, da giovane, ero a Torino negli anni in cui i Sindacati ci facevano vedere i sorci verdi. Di operai così per fortuna ne sono rimasti pochi e quel Romolo li è solo un Ultrà, uno degli ultimi a pensarla così, a capire che il sindacato ottiene risultati solo con la lotta radicale, sennò fa solo il nostro gioco. Se le maestranze fossero tutti come quello li e i sindacati si comportassero come dice lui per noi sarebbero cazzi amari. Io a differenza di come pensa lei un Sindacalista Ultrà proprio non me lo auguro. Ci rifletta Bianchi, ci rifletta! E adesso tornate tutti al lavoro, io e il qui presente Capo del Personale dobbiamo istruire quel gruppetto di giovanotti appena usciti, sennò domani all’assemblea, chissà che fesserie sarebbero capaci di dire. Buongiorno a tutti!

Michele Signa Volo Radente
Michele Signa

L’EPIDEMIA

L’EPIDEMIA

Vengo con questa mia ‘addirvi’…

di Michele Signa

L'EpidemiaE’ ufficiale, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha certificato che la maggioranza degli Italiani è affetta da due patologie devastanti e al momento senza alcun rimedio di tipo farmacologico o finanche chirurgico: la Stoltezza Degenerativa e la Sindrome Cronica del Tifoso.

La prima, la Stoltezza Degenerativa, è provocata da un virus che risiede stabilmente nella popolazione della penisola, isole comprese e, tra gli altri sintomi, spinge il malato a ripetere inconsciamente i propri errori, rendendolo incapace di correggersi e regolamentarsi.

Il virus è latente nell’organismo e normalmente non provoca disturbi ma viene alla luce, scatenando i suoi terribili effetti, in concomitanza di eventi particolarmente stressanti per la psiche e quindi per il nostro sistema immunitario, quali possono essere ad esempio riunioni di condominio o elezioni politiche.

I ricercatori, osservando il comportamento di vasti campioni di popolazione, hanno evidenziato, in maniera incontrovertibile, come, nella stragrande maggioranza dei casi, l’abitante dello Stivale si abbandoni a comportamenti assurdi, insensati e autolesionisti ogniqualvolta è chiamato a esercitare le facoltà di scelta, controllo e pianificazione e in generale tutte le volte che sia richiesto un funzionamento razionale e libero del cervello.
La riunione di condominio, ad esempio, è spesso il teatro in cui il virus si manifesta nella forma più evidente causando incontrollati attacchi di rabbia, turpiloquio e odio persistente verso gli altri condomini. Analoghe manifestazioni si possono osservare negli studi televisivi quando più di due opinionisti vengono messi insieme a discutere di un argomento spesso a loro sconosciuto.
Ad oggi, nessuna cura si è dimostrata efficace.
Non meno gravi, anche se meno evidenti dal punto di vista comportamentale, sono le manifestazioni del virus in concomitanza degli appuntamenti elettorali.
Nonostante da oltre trent’anni gli Italiani siano governati da una classe politica inetta, corrotta, avida, asservita a qualsiasi tipo di lobby o mafia, nazionale o straniera, capace altresì di centrare il difficile obiettivo di portare la settima potenza industriale del pianeta al tracollo economico con contorno di morti, suicidi e disoccupazione da periodo post bellico, ebbene il virus che ottenebra le loro menti è talmente radicato da manifestarsi puntuale ad ogni elezione, raggiungendo il culmine degli effetti devastanti proprio nella cabina elettorale. Il cittadino, succube del male, con il cervello ottenebrato è costretto a ripetere inconsciamente i propri errori, incapace di correggersi  e indotto a votare per gli stessi personaggi che hanno distrutto il paese e le prospettive di prosperità e serenità sue e dei suoi figli.
Studiando questo strabiliante fenomeno i ricercatori si sono imbattuti casualmente in un altro microorganismo patogeno e sono riusciti a isolarlo. Si tratta questa volta di un batterio ma resistente a tutti gli antibiotici fino ad oggi conosciuti e che provoca la seconda patologia di cui dicevamo, la Sindrome Cronica del Tifoso.
Essa, a differenza del virus della Stoltezza, si manifesta costantemente nella vita del soggetto colpito e si connatura nell’impossibilità per esso di vedere e giudicare i fatti della vita con obiettività e distacco.
Se, ad esempio, un politico ruba, costui, agli occhi del malato, appare deprecabile solo se appartiene alla parte politica a lui avversa. Nel caso invece appartenga al suo partito il soggetto in questione viene visto come diversamente onesto, vittima dei giudici o al limite, nelle manifestazioni più lievi del male, solo come una persona in attesa di giudizio e come tale eticamente immacolato.
Il batterio pare sia il risultato di manipolazioni genetiche su microorganismi isolati originariamente nel sangue di una specifica categoria di tifosi, gli Ultrà del calcio, da cui il nome di Sindrome cronica del Tifoso.
Questa specie di tifosi, infatti, spesso costituita in gran parte da cittadini di modesta condizione sociale ed economica, era l’unica fino a poco tempo fa che metteva in mostra comportamenti violenti e intimidatori per motivi banali quali una svista arbitrale, una campagna acquisti insoddisfacente, una posizione in classifica non esaltante mentre rimaneva inspiegabilmente del tutto apatica e indifferente alla perdita del lavoro, alla disoccupazione galoppante, alla  distruzione del welfare e a uno scenario economico che li condannava alla povertà e alla disperazione. Il batterio isolato nei Tifosi di calcio è stato successivamente manipolato geneticamente ma è sfuggito al controllo dei tecnici di laboratorio diffondendosi fatalmente nella popolazione tramite il contatto con giornali e riviste contaminati e soprattutto per esposizione prolungata agli schermi televisivi.
Una timida speranza si era affacciata per effetto delle nuove cure testate nei laboratori di ricerca di Roma e Milano. Si pensava che massicce dosi di informazione e denuncia della corruzione e delle ruberie, unitamente all’evidenza del disastro economico in cui l’Italia era stata precipitata, avessero potuto fornire un valido aiuto al sistema immunitario per debellare le patologie. La terapia è purtroppo stata deludente. Se all’inizio si osservava nei pazienti un timido risveglio delle coscienze dovuto all’indignazione, si è visto con il tempo che l’indignazione aveva come unico effetto di mandare in blocco il cittadino che disertava le riunioni di condominio e rifiutava di recarsi a votare diventando astensionista.
Rileviamo quindi con dolore e rassegnazione che i danni causati al cittadino Italiano da queste patologie sono ormai conclamati e irreversibili tanto che l’Organismo Mondiale della Sanità stima che in pochi anni, per effetto delle epidemie, l’Italia cesserà di esistere come nazione e sarà messa in quarantena prima di essere suddivisa e assorbita dai paesi confinati, in particolare Germania, Francia e Svizzera  al fine  di diluire il morbo in una popolazione non infetta e contenere i danni.
Michele Signa

Ipotesi di Gomplotto: Malaysia volo MH370

Ipotesi di Gomplotto: Malaysia volo MH370

 

Questa serie di racconti non hanno certo intenzione di mancare di rispetto ai probabili morti del volo in oggetto, ma di evidenziare come sia altamente ridicolo che nessuno sia in grado di dare una spiegazione accettabile, o meglio vera, di quanto è accaduto. Un boing 777 non può certamente essere sparito nel nulla, con tutta la tecnologia che abbiamo oggi a disposizione, è assolutamente assurdo che il volo ed i suoi 240 passeggeri siano spariti. La redazione è vicina ai familiari delle persone disperse, ma ha deciso di, prendendo spunto dalla vicenda reale, di creare dei possibili scenari con l’intento di condurre i lettori a riflettere sull’assurdità della vicenda reale! Senza voler mancare di rispetto a nessuno.

Tre storielle da leggere

boeingbean

Fuga di Massa

Fuga di massa, questa una delle ipotesi degli inquirenti rispetto alla scomparsa del volo Malaysia MH370. Ogni fatto avvalora questa tesi spiegano gli inquirenti assieme ai dirigenti della Malaysia, un pool di esperti creato per capire gli avvenimenti di questa scomparsa datata 8 marzo.

Non può esserci altra spiegazione dichiara Sandokan a capo del pool di esperti. La drastica interruzione del segnale, la scomparsa dai radar e dal sistema di controllo satellitare può essere solo opera dell’uomo. Si suppone che l’equipaggio abbia isolato i sistemi di controllo e il pilota, con 18mila ore di volo, sia riuscito a volare a pochi metri dalla superficie del mare in maniera da non comparire sugli schermi radar. Inoltre molti passeggeri si sono imbarcati con passaporto falso, uno di questi con passaporto italiano rubato. Questo fa pensare che buona parte dei passeggeri avesse documenti falsi per far perdere le proprie tracce, mentre gli altri basavano la propria fuga sulla presunzione di un disastro aereo.

Insomma, ormai le agenzie di stampa convergono tutte verso questa teoria che sta per diventare ufficiale. Rimane il dubbio di dove l’aereo possa essere atterrato senza essere notato. Nella realtà delle cose un comunicato dei militari thailandesi indicherebbe che il Boeing ha proseguito il volo per alcune ore secondo i tracciati dei loro radar, con direzione Kuala Lumpur, questo circa all’1.28 di sabato 8 marzo per poi sparire definitivamente. Ad avvalorare la tesi anche il comunicato della Rolls Royce che secondo i propri tracciati informativi dell’attività dei motori quest’ultimi avrebbero continuato a funzionare per diverse ore. Infine è agghiacciante il fatto che alcuni dei cellulari dei partecipanti al volo e anche dell’equipaggio continuerebbero a suonare a vuoto.

Qualcuno ventila un riferimento ad organizzazioni internazionali che usano svariate strategie per far sparire chi non vuol essere più trovato. Con questa operazione avrebbero battuto ogni record.

Il governo italiano ha già sensibilizzato la redazione del noto programma televisivo “chi l’ha visto”

Jacopo Cioni

Spunta la pista femminista

Lady Marian ha rivendicato il diritto di replica nei confronti di Sandokan. 
Il suo livore nei confronti del noto eroe anticolonialista è comprensibile, da Perla di Labuan è oramai paradossalmente ridotta in schiavitù: usa soltanto “Kandosan”, un detersivo multiuso della multinazionale di multiproprietà familiare per pulire i multicessi della tenuta malese.
Ha vuotato il sacco e ha confessato che sull’aereo si stava tenendo uno spettacolo di spogliarello in occasione della festa della donna, ma ci si è lasciati prendere la mano e le donne a bordo hanno chiesto anche ai piloti di spogliarsi. 
È accaduto tutto in un attimo, le mutande del secondo pilota si sono impigliate nell’interruttore del trasponder e l’aereo è scomparso dai radar, ma – dicono – è felicemente atterrato su un’isola deserta, dove proseguono i festeggiamenti. 
Emma Bonino, ex ministro degli esteri ancora sotto choc, intervistata sull’accaduto e su questa nuova versione dei fatti ha dichiarato: “Usticazzi”.

Carlo Pompei

Inabissamento

Ero comodamente seduta nell’aereo per fortuna mi era capitato un posto accanto al piccolo finestrino tondo, sarà strano, ma adoro l’idea di guardare il mondo dall’alto, certo avevo un pò di nervosismo d’altra parte per me era la prima volta su un’aereo! Eppure ero euforica. I miei colleghi erano anche loro tutti emozionati, d’altronde l’aver ideato una nuova tecnologia ecologica a basso costo che ci permetterà di cambiare il mondo e passare alla storia un certo effetto lo fa! Non riuscivo ancora a creder di essere fra i venti ideatori del nuovo motore, eppure ero lì con loro, sull’aereo diretti a Pechino per presentare il nostro “bambino” ai cinesi nella speranza di avviare una vera e propria rivoluzione. La mia testa già andava avanti e correva immaginando il futuro, un futuro di motori ecologici, non inquinanti, a base di energia rinnovabile e sostenibile, si lo so sembrava fantascienza ma intanto era realtà, c’eravamo riusciti ed i progetti erano tutti lì con noi. Disegni, tavole e diagrammi nelle valige. Dvd di presentazione ed altro materiale informatico nei pc e nei tablet aziendali che ognuno di noi aveva con se. Era tutto lì. Tutto pronto ad essere presentato per la ricerca di fondi, quei fondi che Russia e Cina sembravano disponibili a darci. Avremmo rivoluzionato il mondo dei motori. Di tutti i motori. Dalle auto ai generatori, dalla corrente per la casa al riscaldamento! Tutto…avremmo potuto realizzare tutto. Avremmo cambiato il futuro dell’umanità dirigendola verso un futuro ecosostenibile, rigenerabile ed economicamente vantaggioso! Incredibile.
Il rumore del motore, il tremolio e la spinta al momento del decollo mi avevano strappato ai miei pensieri, mi guardai attorno alla ricerca dei volti dei miei colleghi seduti tutti un pò sparsi lungo l’aereo, chi dietro e chi davanti. Eravamo tutti euforici glie lo potevo leggere in faccia. Tornai a guardare fuori, le nuvole in basso il cielo in alto, uno spettacolo mozzafiato e poi l’oceano, blu su e blu giù.
Fu allora che lo vidi. Un lampo. Un tuono. Tutto l’aereo cominciò a vibrare incessantemente, cominciammo tutti a guardarci preoccupati senza riuscire a capire cosa stesse succedendo. Le hostess passarono di corsa verso la cabina di pilotaggio, tenendosi a stento in piedi, tremava tutto. L’inquietante assordante rumore della fusoliera che si ripiega su se stessa come se una mano gigante avesse preso l’aereo e lo stesse stritolando, avete presente il rumore che fa una lattina quando la si schiaccia? Ecco quel rumore percorreva tutto l’aereo eppure all’interno non succedeva nulla, fuori c’era un’accecante luce bianca che aveva cancellato tutto il resto. Niente più cielo, niente più nuvole, niente più oceano solo un bianco accecante impossibile da fissare troppo a lungo. Le hostess sparite dietro la tenda. Qualcuno cominciò a gridare, qualcun altro s’era messo ad armeggiare con la maschera dell’ossigeno, mentre il signore seduto accanto a me continuava a soffiare nel giubbotto salvagente.
Io ero impietrita, con il mio tablet sulle gambe non riuscivo a far nient’altro che guardarmi intorno spaventata. Credo di aver gridato quanto il finestrino accanto a me si è crepato poi la luce bianca ha cancellato tutto il resto.

Pechino “E’ con grande dolore che devo annunciare che il volo MH370 è terminato nell’Oceano Indiano” così il primo ministro malese Mohd Najib Tun Razak ha annunciato l’esito degli ultimi rilevamenti sui dati satellitare, compiuti con nuove metodologia, che hanno permesso di stabilire con certezza che il Boeing 777 della Malaysian Airlines svanito nel nulla l’8 marzo dopo il decollo da Kuala Lumpur con destinazione Pechino, “ha preso il corridoio sud” e che “la sua ultima posizione rilevata” è stata a ovest della città australiana di Peth. Il primo ministro malese ha poi precisato che tali informazioni sono giunte dall’inchiesta aperta dalla divisione investigativa britannica specializzata in disastri aerei. “Questa sera sono stato ragguagliato dai rappresentanti del AAIB (UK Air Accidents Investigation Branch) mi hanno informato che Inmarsat, la società britannica che aveva fornito i dati satellitari che indicavano i corridoi nord e sud come possibili rotte seguite dal volo MH370 una volta scomparso dai radar, ha sviluppato ulteriori calcoli su quei dati. Utilizzando un tipo di analisi mai sperimentata in una indagine di questo genere, sono stati in grado di fare ulteriore luce sul percorso effettuato dal volo. Sulla base di quelle nuove analisi, hanno concluso che il volo ha percorso il corridoio sud e che la sua ultima posizione è stata localizzata in mezzo all’Oceano Indiano, a ovest di Perth. Una posizione remota, lontana da ogni possibile luogo di atterraggio. E’ per questo che, con infinita tristezza e rammarico, devo informarvi che in base ai nuovi dati il volo MH370 è finito nell’Oceano Indiano meridionale inabissandosi.”

Devo ammettere che non avevo mai provato il panico. Ora so cos’è. Quando il mio finestrino andò in frantumi fui presa dal panico, mi aspettavo di essere risucchiata fuori come si vede nei film sui disastri aerei, chiusi gli occhi non so per quanto tempo aspettandomi di ritrovarmi in caduta libera nel nulla, quasi non riuscivo a respirare; sentivo le urla degli altri passeggeri. Qualcuno da qualche parte nell’aereo stava pregando, urlava il Padre Nostro. Non so dopo quanto tempo decisi di riaprire gli occhi, so solo che quando lo feci rimasi sconcertata, ancor più che impaurita. Nessuno fu risucchiato fuori dall’aereo eppure i finestrini ad oblò erano tutti andati in frantumi, tutti nessuno escluso. L’abitacolo dell’aereo continuava ad urlare emettendo quel “verso” di metallo che si ripiega su stesso come le lattine quando le schiacci, la gente urlava, ma eravamo ancor tutti lì, ancor tutti dentro l’aereo. Ricordo che voltai lo sguardo al finestrino rotto alla mia destra e ciò che vidi mi tolse il fiato. Acqua.
Vedevo i pesci nuotare e la luce del sole sparire lasciando il posto all’oscurità dell’oceano. Fuori dell’oblò c’era solo acqua. Non capivo come mai non entrasse dentro l’aereo. Non capivo come mai non avessi inteso che l’aereo stesse precipitando, in tutto quel caos ero certa che fossimo ancora in aria, in volo ed invece fuori dall’oblò c’era il regno marino. Vedevo i coralli, la sabbia sul fondale, scogli e pesci alternarsi passando nello spazio visivo concessomi dall’oblò. Eppure l’acqua non entrava dentro e non non venimmo risucchiati fuori.
La tenda tornò ad aprirsi, piloti e hostess presi dal panico correvano su e giù, la gente gridava e qualcuno continuava a pregare urlando il Padre Nostro. L’uomo accanto a me, aveva smesso di soffiare nel suo giubbotto salvagente, aveva smesso di respirare, mi accorsi che era morto, pensai ad un infarto lì per lì. Poi vidi cadere una delle hostess nel suo bel tailleur stramazzò al suolo come fosse una bambola. Lentamente alzai gli occhi e m’accorsi con terrore che tutti i passeggeri del volo morivano come mosche uno dopo l’altro, tutti tranne noi. Noi con i nostri tablet e pc pieni di speranze per il futuro. Il contraccolpo della fusoliera che s’adagiava sul fondale marino mi fece sobbalzare sul sedile. Non riuscivo ancora a capire. Ancora non capisco completamente.
Nel giro di pochi minuti o secondi, il tempo è molto confuso quando si è presi dal panico, tutti i passeggeri erano morti, piloti ed hostess comprese. Noi venti eravamo ancora lì vivi e vegeti. Staccai la cintura e come se nulla fosse ricordo che s’accese la lucina sopra la mia testa. Mi tremavano le gambe e senza rendermene conto tenevo il mio tablet stretto contro il petto eppure in qualche modo trovai la forza di alzarmi per guardare al di sopra degli schienali dei sedili. I miei colleghi erano vivi come me confusi, impauriti, sconcertati ma eravamo tutti e venti vivi.
Non dimenticherò mai il momento in cui tutti tornammo a guardar fuori dagli oblò distrutti, fu allora che li vedemmo per la prima volta. Alti, magri, grigi, creature incredibili mai viste prima di allora sbucavano dalla sabbia come sirene, camminando si avvicinarono all’aereo; ricordo che mi chiesi come facessero a respirare sott’acqua poi di nuovo una luce accecante ha cancellato tutto.
Oggi sono qui.
Questa cella è la mia casa, da una finestra triangolare vedo il mondo marino fuori ed è tutto ciò che ci è concesso. Ci portano cibo, acqua e ci mantengono vivi. Abbiamo una serie di “stanze” a disposizione fra di esse possiamo muoverci come vogliamo. Ci hanno portato via tutto, cellulari, tablet e pc. Da qualche parte sento il mio cellulare che continua a squillare imperterrito, il suono della suoneria rimbalza nei cunicoli di questa….questa….come chiamarla? Base? Casa? Tana? Non saprei. Non ci sono sbarre, non ci sono muri eppure abbiamo un perimetro da rispettare se vogliamo rimanere vivi. Qualcuno di noi ha provato a varcare il muro invisibile che ci impedisce di muoverci liberamente ma non è andata bene, una forza invisibile lo ha letteralmente spappolato. Eravamo in venti. Oggi siamo quattordici. Perché ci mantengono vivi? Quanto tempo sarà passato? Qui non c’è notte e non c’è giorno. Non parlano con noi, non provano neanche a comunicare ci portano acqua e cibo fine. Il mio cellulare continua a squillare, squillare e squillare.

Chiara Priorini

Sarà vero che dopo miss italia avremo il presidente del consiglio nero.

Sarà vero che dopo miss italia avremo il presidente del consiglio nero. 

di Francesco Dal Pozzo

Sarà vero che dopo miss Italia avere il Presidente del consiglio NERO!!!

SankaraSono al lavoro in ufficio, è pomeriggio fra poco si va casa, apro facebook sullo smartphone. Mentre scorro la timeline, mi soffermo su un post dell’ANSA: durante conferenza stampa il Presidente del Consiglio Renzi si trasforma in uomo di colore.
Rimango basito, e penso che cavolo si bevono alla redazione dell’ANSA??!!
Ritorno a guardare il PC devo finire la documentazione, l’officina ha bisogno delle informazioni, se no il lavoro si ferma. Intanto fortunatamente si è fatta l’ora di andare a casa, mentre sto per timbrare il cartellino un collega mi fa: “Renzi l’è deventà negher!!!”.
Penso ma questo è scemo, anche se ripensando alla notizia dell’ANSA adesso sono curioso. Arrivo a casa accendo TV e computer, classica edizione straordinaria interminabile di Mentana, il presidente Renzi mentre parlava davanti alle telecamere si è tramutato in un uomo di colore, l’uomo di colore è Thomas Sankara!!! Cazzo non ci credo, apro subito un po’ ti siti internet e tutti confermano la notizia; quando trovo su youtube lo spezzone in cui si vede Renzi che in una nube di fumo si tramuta in Sankara mi convinco!!! Ad un certo punto Mentana annuncia che Napolitano sta intervenendo in diretta dal Quirinale per riferire sull’incredibile accaduto.
La scena passa tutto schermo su Napolitano che si posiziona davanti ai microfoni, Mentana si tace.
MujicaIl Presidente della Repubblica accenna una parola, e pufff, anche lui in una nuvola di fumo si trasforma in un omettino con i capelli e i baffetti grigi, nooooooo minchia è diventato Josè Mujica!!!!
Giornalisti e cameraman in sala conferenze muti, il presidente Napolitano/Mujica inizia a parlare:
“Riguardo i fatti odierni, volevo confermare che non c’è nessun pericolo per la democrazia, il Presidente del Consiglio Renzi si è solo trasformato, ma il voto di fiducia datogli dal Parlamento rimane valido, per cui i suoi poteri sono legittimi. Daltronde la Costituzione italiana non prevede decadenza per trasformazione.”
Dopo queste brevi ma chiare parole Mujica/Napolitano si ritira nel suo ufficio, rimangono in bella vista solo i corazzieri. Mentana non fa in tempo a ricomparire in scena, e fortuna sua visto che pure lui sembra non sapere cosa dire, annuncia nuovo collegamento per dichiarazione del Presidente del Consiglio Renzi/Sankara. “Come Presidente del Consiglio voglio rassicurare gli italiani, il governo rimane in carica come poco fa spiegato dal Presidente della Repubblica, aggiungo che gli stessi motivi che garantiscono la mia legittimità valgono anche per il Presidente della Repubblica. Si convoca per la giornata di domani un consiglio dei ministri straordinario.”
Che storia, penso, chissà cosa succederà ora in Italia??? Per tutta la sera, la notte e la mattina fino al consiglio dei ministri televisioni e giornali italiani impazziti, ospiti, teorie, previsioni, opinionisti. Parlamentari del PD presi dal panico non rilasciano dichiarazioni, la frase usata: “Il presidente del Consiglio non ci ha ancora ricevuti, non sappiamo cosa dire”. Centrodestra tutti che gridano al golpe impauriti che il loro “amato” Renzi si sia trasformato….. avessero avuto così tanta preoccupazione quando la troika ha fatto cadere il governo Berlusconi, forse noi cittadini ci saremmo risparmiati un po’ di governi tecnici e delle larghe intese…..
Anche i Grillini tutti indaffarati a documentari su chi sia Sankara, appena raccolte un po’ di informazioni si accorgono che la storia del nuovo Renzi nero farebbe sembrare il migliore grillino un personaggio del libro La Casta.
Fortunatamente per i cittadini italiani in balia del sistema mediatico, arriva il consiglio dei ministri.
Io mi trovo in mensa, è ora di pranzo, gente che si siede al tavolo, chi ha finito e si alza, poggia il vassoio nelle apposite rastrelliere e se ne ritorna al posto di lavoro. Mentre attacco la pastasciutta sulle TV della mensa aziendale compare in diretta Sankara/Renzi. I colleghi tutti muti come pesci che fissano lo schermo. Il presidente del consiglio, comincia a parlare: “Mi rivolgo ai cittadini italiani” guardando il ministro Padoan “darò incarico immediato al ministro dell’economia di istituire nel minor tempo possibile una banca, si chiamerà Banca dei Cittadini Italiani. Sarà ovviamente pubblica al 100%, risponderà direttamente al Parlamento. Questa banca attraverso la zecca inizierà a stampare da subito euro, tali e quali agli euro che oggi utilizzate, distinguibili solamente per i numeri di serie”. Padoan è bianco come un cadavere il resto dei presenti in aula sembra abbiano visto un fantasma. Io penso “l’abbronzatura a Renzi ha fatto bene!!”. Sankara/Renzi continua “Questa Banca dei Cittadini Italiani, avrà il compito di finanziare i progetti che elencherò i cui ministri competenti saranno tenuti a sviluppare sotto il mio e del Presidente dalla Repubblica strettissimo controllo.” “Istituzione di un salario minimo dignitoso applicabile a tutti i lavoratori. Istituzione di un reddito di cittadinanza per chi non ha un lavoro o non è in grado di lavorare, avvio di un piano di fattibilità per ridurre l’orario lavorativo di tutti i cittadini”. “Piano di riconversione di tutta la produzione agricola italiana al biologico, senza uso di pesticidi e prodotti OGM”. “Ripristino, messa in sicurezza, bonifica aree inquinate e valorizzazione del territorio italiano dalle alpi a Lampedusa”. “Conversione totale dei sistemi di produzione di energia da fonti non rinnovabili a fonti rinnovabili, in modo da ridurre la dipendenza da fonti energetiche fossili”. “Creazione di una azienda farmaceutica completamente pubblica incaricata di produrre, studiare nuovi farmaci da utilizzare nel sistema sanitario nazionale. Ovviamente lo Stato Italiano non riconoscerà più la normativa sui brevetti dei farmaci oggi vigente.” “Piano di sviluppo del settore cultura, arte, turismo”. “Tutti questi imponenti progetti e altri che seguiranno, saranno sviluppati con il coordinamento del ministero Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, e le sue istituzioni tecnico scientifiche e finanziati come già detto dalla nuova Banca dei Cittadini Italiani, utilizzando le imprese e i cittadini italiani come realizzatori”. “Immediato utilizzo delle forze armate solo per difesa del territorio italiano ed intervento in situazione di emergenze di protezione civile, ritiro di tutti i contingenti impegnati in missioni all’estero. Stop a tutti contratti di acquisizione di nuovi sistemi d’arma”. “Per ultimo ma non meno importante, verrà congelato il debito pubblico nazionale, ed istituita una commissione speciale dei cittadini Italiani per stabilire come e dove nel caso applicare lo strumento giuridico del debito detestabile”. Io nella mia mente mi ripeto ma secondo te il Parlamento con PD, Forza Italia, NCD, ministri come Padoan, Alfano, la Pinotti, Guidi, Lupi, la Lorenzin e compagnia bella, faranno veramente tutte queste cose???!!! Mi riprendo dalla mia domanda e Sakara/Renzi riprende a parlare: “Concludendo, spero che il mio governo si impegni a realizzare nel più breve tempo possibile quanto da me richiesto, chi si prenderà la responsabilità di opporsi all’attuazione del programma, sarà responsabile della caduta del Governo, l’Italia perderebbe di credibilità, i mercati ci toglierebbero la fiducia, e cosa più importante l’Europa ci chiede queste riforme, non possiamo deludere l’Europa.” Parlamentari, ministri, commessi, giornalisti alle parole CREDIBILITA’, MERCATI, FIDUCIA, ma soprattuto CE LO CHIEDE L’EUROPA, scatenarono un applauso e urla di felicità sancendo così l’inizio del governo Renzi/Sankara. Dopotutto un Presidente della Repubblica come Napolitano/Mujica non esiterebbe un minuto a firmare provvedimenti di questo tipo, quanto meno per non deludere l’Europa.

Francesco Dal Pozzo

Francesco Dal Pozzo

SHOAH

SHOAH

di Michele Signa

ShoahDa dieci giorni i due ragazzi, fratello e sorella, erano nascosti nell’angusto sottotetto della loro casa. Il quartiere, nel frattempo, era stato sfollato e i soldati avevano perquisito casa per casa, deportando tutti, uomini, donne e bambini. I loro genitori avevano appena fatto in tempo a nasconderli nel sottotetto con le provviste di cui disponevano, riempiendoli di raccomandazioni per affrontare la difficile prova che li attendeva.
Il papà, prima di consegnarsi ai soldati, li aveva rassicurati con parole di speranza ma solo per tenerli buoni. Aveva gli occhi lucidi, la barba lunga di parecchi giorni, lo sguardo serio, come può esserlo quello di un padre convinto di non rivedere mai più i propri figli.
Lui e la mamma, per evitare la perquisizione della casa, si sarebbero consegnati ai militari, mentre loro dovevano restare nascosti per tutto il tempo necessario. Solo quando fossero stati sicuri di potere uscire, senza rischiare di essere catturati e deportati nei campi, dovevano fuggire e tentare di raggiungere alcuni parenti che vivevano in un altro villaggio.
Da quel giorno i  due ragazzi non avevano mai lasciato il sottotetto, la loro nuova casa. L’odore degli escrementi, richiusi in una grossa latta chiusa da un coperchio di plastica, saturava il piccolo ambiente, ma il padre era stato categorico a riguardo: per nessun motivo, neanche per espletare i bisogni corporali e lavarsi, dovevano lasciare il nascondiglio, altrimenti il suo sacrificio e quello della mamma sarebbero stati inutili.
Non era passata notte senza che i rumori dei mezzi militari li avessero tenuti svegli e all’erta, col terrore di vedere spuntare l’elmetto di un soldato dalla piccola botola che costituiva l’unico ingresso del nascondiglio. A volte i soldati erano così vicini da poterne sentire le voci e comprendere i loro discorsi. Spesso, al buio, si sentivano colpi di arma da fuoco, grida e lamenti. I momenti  peggiori arrivavano quando i rumori finivano e tornava a regnare un cupo silenzio ma saturo ancora degli echi delle grida di quelli che non ce l’avevano fatta. Era quasi un sollievo al sorgere del sole, ascoltare il frastuono, ormai familiare, del quartiere militarizzato. Nel trambusto rassicurante del mattino i ragazzi riuscivano dormire per qualche ora. Il fratello più grande teneva tra le braccia la sorellina di cinque anni, stringendola da dietro, distesi sulle assi di legno di quello che una volta era stato il soffitto del soggiorno. In quel modo riusciva a rassicurarla e allo stesso tempo a riscaldarla. La bambina piangeva spesso ed era stato duro in quei giorni abituarla a farlo in silenzio, obbligandola a trattenere i singhiozzi e permettendo solo alle lacrime, silenziose, di scivolare e bagnarle le guance e il collo. Il ragazzo le asciugava con il bavero della giacca lurida, ansioso di piangere a sua volta, in silenzio, non appena la bimba si fosse addormentata. La mattina del decimo giorno, furono svegliati dai rumori insoliti provenienti dall’appartamento, proprio sotto i loro piedi. Alcuni militari erano entrati in casa e stavano spostando mobili e suppellettili. Il ragazzo capiva abbastanza la loro lingua per comprendere che la casa era stata scelta come dormitorio per alcuni ufficiali. Da quel momento in poi il silenzio e la cautela dovevano essere ancora maggiori. Prese tra le mani il viso della sorellina per sussurrarle all’orecchio come si sarebbe dovuta comportare. La bimba fece di sì col capo mentre le lacrime ricominciarono a scendere silenziose, bagnando le mani del fratello che non osava lasciarla.
Quella sera quattro uomini presero dimora nel loro appartamento e trascorsero la serata mangiando carne in scatola e fumando una sigaretta dopo l’altra. Il ragazzo, dal suo nascondiglio, li sentiva parlare, attento a non togliere mai le mani dalla bocca della sorella;
–         Quanti ne abbiamo beccati oggi  Maggiore?
–         Non so, mi pare sei in tutto, in due appartamenti, pochi isolati più avanti. Tre li abbiamo trovati noi, se ne stavano rintanati in un buco sotto il pavimento della camera da letto.
–         Come avete fatto a trovarli?
–         La puzza, pivello! Dopo tanti giorni chiusi in quel buco, la puzza di merda si sentiva a miglia di distanza. E’ bastato seguirla ed eccoli li, mamma, papà e figlioletta.
–         Immagino la faccia che hanno fatto!
–         Sembravano topi in gabbia. Il padre si è buttato avanti per impedirci di prendere le donne ma non si reggeva neanche in piedi. Si è preso il calcio di un mitra sul muso ed è svenuto subito. Ci è toccato trascinarlo di peso fino al camion; non hai idea di come puzzava!
–         E le donne?
–         La bimba era piccola e la madre inguardabile. Facevano pena, non hanno mai smesso di piangere. Le abbiamo caricate sul camion e stop.
Il ragazzo continuava ad annusare l’aria cercando di capire se la puzza del loro nascondiglio potesse arrivare fino ai nasi dei soldati, poco più in basso. Non immaginava che l’odore tendeva a salire e a infiltrarsi tra le assi del tetto e quindi difficilmente sarebbe arrivato nella stanza di sotto. Il padre aveva scelto il nascondiglio con cura. Aveva preferito il sottotetto al vano sotto il pavimento del soggiorno, pur essendo in quest’ultimo gli spazi decisamente più ampi. Il padre era un ingegnere e sapeva il fatto suo, anche se, da quando era iniziata l’occupazione, non gli avevano più consentito di esercitare la professione e si era dovuto adattare a svolgere lavori manuali e sottopagati.
I soldati sdraiati sui letti, che una volta erano stati i loro, continuavano a parlare e a fumare;
–         Maggiore, secondo lei perché questi bastardi non si convincono a farsi deportare in buon ordine?
–         Credono che questa sia la loro terra, non accettano di perdere i loro privilegi, di essere cacciati e deportati altrove.
–         In effetti loro qui ci sono nati!
–         Non dire idiozie. La nostra sicurezza dipende dal consolidamento dei confini. Dobbiamo costruirci il nostro “spazio vitale”.
–         Certo Maggiore, ma al loro posto anche noi avremmo combattuto.
–         Tu non capisci Tenente? Noi siamo la razza superiore, una razza pura e non possiamo mescolarci con questa feccia di pezzenti, sottosviluppati e malaticci; nessuno ha diritto di ostacolarci.
–         Io, comunque, al posto loro, non lo capirei!
–         E’ per questo che esistono i campi, imbecille. Li rinchiudiamo lì, ognuno con i propri simili. Noi ci prendiamo la terra e le case e loro, ben chiusi, avranno modo di riflettere sul futuro che li aspetta.
–         Però un po’ mi dispiace per quei poverini; in fondo non hanno fatto niente di male e nei campi non se la passeranno tanto bene.
–         Tu non capisci nulla tenentino sentimentale dei miei stivali. Ci stiamo solo prendendo la rivincita dopo anni di oppressione e sofferenze.  Dobbiamo liberarci di tutti quelli che occupano abusivamente il nostro territorio e allo stesso tempo dobbiamo espanderci. Solo così potremo proteggere i nostri confini e il nostro popolo. I campi servono solo per evitare che si disperdano, li rinchiudiamo e ce li teniamo fintanto che consolidiamo il nuovo ordine nei territori occupati, non gli succederà nulla di male, stai tranquillo.
Nel silenzio della notte, dopo che i soldati si furono addormentati il ragazzo, sempre tenendo stretta a sé la sorellina, cerco di rilassarsi e chiuse gli occhi. Sentiva il bisogno di svuotare la vescica ma non osava muoversi. Avrebbe aspettato che i soldati fossero usciti, la mattina dopo. Chiuse gli occhi e magicamente il sonno lo accolse tra sue braccia, inaspettato. Dormì a lungo, un sonno privo di sogni, vuoto e finalmente ristoratore. Fu svegliato dai rumori provenienti dalla stanza di sotto. Un soldato aveva svegliato gli ufficiali recando ordini. Il Maggiore lesse il dispaccio e annunciò con voce marziale di abbandonare il villaggio, le operazioni di rastrellamento erano terminate e si tornava alla base. Un evviva accompagnò le sue parole. Gli uomini raccolsero le loro cose e si precipitarono fuori. Tutta la mattina fu contrassegnata dal rumore dei camion militari carichi di soldati in partenza. Il ragazzo approfittò del rumore per svuotarsi e così fece anche la sorellina. Le fece mangiare alcuni biscotti, il fondo della loro scorta alimentare, e un sorso d’acqua. La bambina aveva la fronte che scottava e gli occhi lucidi ma lui non poteva fare altro che tenerla stretta  e cercare di riscaldarla. Stettero abbracciati fino a sera. Il silenzio, quella notte, non fu interrotto da alcun rumore. Partiti i soldati il villaggio era popolato solo dal ricordo degli abitanti che non c’erano più. Quando la sorella si fu addormentata decise che era arrivato il momento per uscire. Aveva bisogno di viveri e di medicine. Nel comò dei genitori trovò alcune pasticche per abbassare la febbre e per la prima volta, dopo tanti giorni, un sorriso comparve fugace sulle sue labbra. I soldati avevano dimenticato alcune razioni di cibo, biscotti e scatolette. Le prese e le mise in un sacco, poi decise di scendere in strada. Aprì lentamente la porta e si guardò intorno per essere certo che nessuno degli occupanti si fosse nascosto per cercare di catturarli con un subdolo stratagemma. Quando si sentì sicuro si incamminò rasentando i muri e tentando di arrivare alla piazza del villaggio.
Il silenzio era interrotto solo dal rumore del vento che spostava stracci e fogli sparsi nel mezzo della strada.
–         Non ti muovere o ti taglio la gola!
Il ragazzo si bloccò cercando di rimanere immobile ma le tempie gli pulsavano e il cuore batteva così forte da scuotergli il petto e le spalle. Il pensiero corse alla sorellina, sola e malata, nascosta nel sottotetto. Cosa ne sarebbe stato di lei adesso che lui era perduto?
–         Girati e alza le mani!
Si girò lentamente tenendo gli occhi bassi e le mani alzate. Le lacrime gli rigavano le guance e sentì che le forze lo stavano abbandonando. Alzò lo sguardo verso quello che, era sicuro, sarebbe stato il suo carnefice, ma vide solo un ragazzo come lui, dai capelli neri e i vestiti laceri e sporchi. In mano aveva un vecchio coltello da cucina. Le guance erano smunte e gli occhi lucidi, lo sguardo spaventato quanto il suo.
         Chi sei tu?
–        Io mi chiamo Omar, sono figlio di Mohammed Al-qaseer, sono palestinese!
Michele Signa

Filosofia di un Pusher

Filosofia di un Pusher

di Michele Signa
Filosofia di un PusherCiro era uno spacciatore di seconda generazione; il padre Gennaro, prima di lui, aveva esercitato la professione per anni, prima di finire ammazzato in una banale rapina in un supermercato. Il figlio Ciro, più prudente, si dedicava esclusivamente allo spaccio. Aveva iniziato dopo la morte del padre, a soli quindici anni, essendo rimasto l’unico maschio in una famiglia che contava, oltre alla vedova, altre tre donne, due sorelle e una nonna, praticamente immortale.
All’inizio fu aiutato da alcuni amici del genitore scomparso che lo introdussero nel giro giusto. Le spiccate doti di autonomia e la dedizione al lavoro avevano poi fatto decollare la sua carriera. Da semplice vedetta nelle piazze di spaccio di Secondigliano, era diventato un libero professionista con una clientela fedele e selezionata. Il lavoro, anche se molto remunerativo, non era purtroppo esente da rischi. A soli venticinque anni era già alla terza condanna; un vero record e una evidente smentita della lentezza della giustizia italiana e, anche se aveva sempre scelto il rito abbreviato, si trattava comunque di un primato. Gli restavano da scontare tre anni prima di accedere alle agevolazioni di legge per buona condotta, escluso indulti e bonus vari che, per fortuna, il Governo non faceva mai mancare.
Nel carcere di Urzignano era ufficialmente adibito alla gestione dei prestiti della biblioteca, compito che rendeva estremamente semplice l’attività di spaccio ai detenuti bisognosi.
Le guardie fingevano di ignorare i suoi traffici, convinte che la sua opera nel penitenziario fosse indispensabile. Nessuno avrebbe potuto garantire l’ordine e la sicurezza se i tossicodipendenti, stipati in celle di pochi metri quadri, insieme ad altri quattro o cinque detenuti, non avessero ricevuto regolarmente le dosi di cui avevano bisogno.  Tra i suoi clienti, oltre ai tossici strafatti di eroina e irrecuperabili, sempre numerosi nelle patrie prigioni, c’erano numerosi consumatori abituali, dediti a droghe più ricercate e meno devastanti e alcune guardie carcerarie, particolarmente bisognose e a cui, per ovvi motivi, praticava generosi sconti.
Ogni giorno, dopo pranzo, prendeva il caffè con il suo amico Armando per poi percorrere, passeggiando e distribuendo libri e riviste, i lunghi corridoi della prigione, interrotti periodicamente dalle pesanti cancellate che dovevano essere aperte e richiuse al loro passaggio. Armando aveva trascorso quasi quarant’anni della sua vita in prigione, era  un secondino di quasi sessanta anni, con una grossa pancia rotonda e due folti baffi brizzolati. Da anni era sul punto di andare in pensione, ma veniva puntualmente beffato dall’ennesima riforma del sistema pensionistico nazionale che allontanava, anno dopo anno, il fatidico traguardo;
– Brigadiè, quanti anni avete scontato ca ‘dintr?
Chiese Ciro sfottente;
– Guagliò, io qua ci lavoro mica ci sto rinchiuso comma a te!
– Si vabbuò Brigadiè, diciamo che a voi vi hanno dato la semilibertà, ma al contrario: e juorn state dintra e a sera potete andà a casa vostra a durmì. Sempre carcerato siete, brigadiere mio.
– Cirù, tu oggi tieni voglia ‘e scherzà. Intanto è la terza volta che mi vieni a trovare qua al gabbio; si vede che il posto ti piace!
– E che ce vulite fa Brigadiè, io faccio comma a voi, sto un poco dentro e un poco fuori. Io spacciatore sono, faccio il lavoro mio, dentro o fuori semp o stess’ rimane.
Il Brigadiere scelto Armando ben sapeva dell’attività di Ciro all’interno delle mura del carcere ma, come i suoi colleghi, lasciava fare. Anni prima un direttore giovane e inesperto, aveva preteso di punire severamente lo spaccio all’interno del penitenziario, col risultato di   innescare una rivolta durante la quale un detenuto ci aveva quasi rimesso la vita. Quel dirigente era stato prontamente trasferito ad altro incarico e la routine ristabilita per il bene di tutti.
– Ciro, tu non ti devi dimenticare chi sono io. Non è che mo’ ti metti a spacciare nn’anz a me come se niente fosse, io qua dentro rappresento la legge, nun tò scurdà!
– P’ carità brigadiè e quando mai, io lo so che non vi devo mettere in imbarazzo, mica so cossì strunz!
– Ma poi, dico io, sta droga, io non capisco perché se la devono piglià. Si facessero un bicchiere di vino e ‘na sigaretta come faccio io e se la passerebbero bene lo stesso.
– Brigadiè, vino e sigarette pure droghe so’? Solo che so’ legali  e i soldi se li piglia lo Stato.
– Si vabbuò, mo vuoi mettere a paragone l’eroina cu nu bicchiere e vino?
– Uno no, brigadiè, ma dieci si. Se voi vi scolate un litro di vino e poi vi mettete a guidare siete pericoloso comma nu drogato che s’è appena fatto na spada.
– Ciro ma che stai a dì, il vino nun fa male, la droga si!
– Don Armà avete mai sentito parlare di cirrosi epatica o magari pensate che quelle belle sigarette senza filtro che ci fumiamo dopo il caffè ai polmoni ci fanno bene?
– Tu c’hai raggione, Ciro mio, ma lo Stato mica si può mettere a fare lo spacciatore, e che schifezza sarebbe?
– Per me, na schifezza sarebbe di sicuro, cchiù nera da mezzanotte, brigadiè, dopo tanti anni di onesto lavoro m’arritruass disoccupato e senza manco la cassa integrazione; pe quelli comma a me nun è prevista!
Ancora discorrendo con Armando, Ciro si allontana per consegnare un libro a un detenuto in una cella la vicino; sotto la quarta di copertina infila sapientemente una piccola bustina. Il libro passa rapidamente di mano attraverso le sbarre mentre Ciro china rispettosamente il capo salutando l’uomo che lo prende in consegna.
– Bbona gioventù e mala vecchiaia! Avete visto a Don Raffaele Brigadiè? Fuori di qua era un Dio, rispettato e voluto bene da tutti, e adesso passa la vecchiaia rinchiuso come un pollo.
– Ma qua voluto bene, Ciro? Chillu è nu camurrista, ha accis nu sacc e persone e qua deve scontare l’ergastolo.
– ‘O sacc, ‘o sacc! Però Don Rafaè, prima, era una potenza. Quando io ero ragazzo e Don Raffaele veniva nel quartiere era come se arrivava Maradona. Tutti si levavano il cappello e lo salutavano, Iss decideva se nella vita diventavi qualcuno o si restavi nu strunz. A me Don Raffaele m’ha sempre voluto bene!
– Ti voleva tanto bene che siete finiti in prigione tutti e due.
– E che differenza fa Brigadiè, dentro o fuori io campo lo stesso e i soldi alla famiglia mia non mancano mai. Vedete Don Armà, io penso che uno cumma  a me solo il delinquente poteva fare, era già tutto predisposto. La famiglia mia nun c’aveva na lira, mio padre era delinquente e io a scuola non ci sono mai andato.
– Non era meglio se ti trovavi un lavoro onesto e a fine mese di pigliavi nu stipendio, ti sposavi e a quest’ora c’avevi i figli tuoi che la sera t’aspettavano a casa?
– Voi sognate Don Armà, ste cose esistono solo in televisione. Io c’ho pensato a lungo a quello che dite voi e mi sono fatto un pensiero tutto mio.
– Ma non mi dire? Sono proprio curioso di sentire la filosofia del “pusher”
– E che’rè sto Pusher Brigadiè?
– Sei tu Ciro, Pusher in inglese vuol dire spacciatore.
– U Maronna! Brigadiè e parlate come mangiate, io le lingue non le pratico.
Così discorrendo i due avevano raggiunto nuovamente la stanzetta in cima al corridoio dove abitualmente preparavano il caffè. L’aria era pregna dell’odore proveniente dalla caffettiera ancora calda e mentre Ciro parlava il Brigadiere Armando si apprestò a preparane un altro, dal momento che il discorso sembrava promettere bene e meritava tutta la sua attenzione.
– Io la vedo in questo modo Don Armà. Al Governo gli conviene che a Napoli e in tante città d’Italia, sopratutto al sud, ci stanno un sacco di disoccupati e di delinquenti comma a me. Se tutti c’avessimo un lavoro onesto loro non conterebbero chiù niente; mi seguite brigadiè?
– No Ciro ma tu continua, voglio proprio vedere dove vai a parare.
– Fate conto che la droga non fosse più proibita ma addiventasse legale, come l’alcool e le sigarette. Ve lo immaginate voi che succederebbe a Napoli? Una rivoluzione. Di colpo ci sarebbero migliaia di disoccupati e alla camorra gli mancherebbero pure i soldi per gli stipendi dei detenuti. Na tragedia Brigadiè. In un colpo solo lo Stato avrebbe vinto la guerra con la camorra ma si troverebbe mezza città senza più lavoro.
– Quindi la droga secondo te è proibita solo per un fatto occupazionale, diciamo così e per finanziare la camorra.
– Sicuro, vedete che lo capite pure voi! La camorra, a Napoli, serve, per i voti e perché dà lavoro, ma precario. E ai politici quello gli serve, voti e popolo bisognoso di favori. Loro ci campano su questo. Se a quelli come a me gli dessero casa e lavoro i voti poi a chi li vanno a chiedere?
– Ciro mi pare che la tua filosofia è un poco campata in aria.
– E allora ditemi voi Brigadiè perchè la droga non la vendono come le sigarette e la lasciano vendere a me? In Italia la droga non è proibita veramente! La potete trovare dove e quando volete. Pure i piccerelli se la possono comprare. Quelli comma a me, i pusher come li chiamate voi, arrivano dappertutto: per strada, in carcere, negli uffici a Milano, nei night club e pure in Parlamento, che vi credete?
– Si vabbuò ma si tratta di un reato.
– Ma qua reato e reato Don Armà, lo volete capire o no che in carcere per droga ci vanno a finire solo i pesci piccoli comma a me o i disgraziati extracomunitari. I colleghi miei, quelli grossi, quelli che c’hanno il giro a Milano o nei palazzi importanti di Roma, quelli non  li tocca nessuno! La droga è reato solo per i poveri cristi, la verità è che serve a finanziare quello che non si può finanziare e s’avessa invece combattere.
Mentre versava il caffè caldo nelle tazze il Brigadiere Armando sorrideva bonario.
– Ciro, Ciro che fantasia ca tieni!
– Brigadiè io pure non mi facevo capace del perché lo Stato, il business della droga, lo lasciava in mano ai delinquenti comma a me. Voi lo conoscete Al Capone?
– E chi non lo conosce, ho visto pure il film co quell’attore americano, De Niro.
– Ebbene Don Armando, Al Capone gli affari, con gli alcolici, li faceva quando erano proibiti mica quando so’ diventati legali?
– Ho capito che vuoi dire Ciro ma la tua filosofia fa acqua da tutte le parti, tu ti immagini le cose e poi ci credi pure.
– E no Don Armà, questo non me lo dovete dire. Io quando dico una cosa è perché ci ho pensato a lungo e siccome che non sono molto istruito ci penso il doppio così mi allevo tutti i dubbi che mi possono venire.
– Io non ti voglio offendere Ciro mio, ma co tutta l’ammuina che fa lo Stato per combattere il traffico di stupefacenti mi vieni a dire che in realtà sta guerra non la vuole vincere?
– E’ proprio come dite voi Brigadiè. Se lo Stato la guerra la voleva vincere bastava che faceva due cose: legalizzava il commercio della droga e ai poveri cristi comma a me gli dava un lavoro. Ma voi vi credete che a me mi piace vendere sta merda ai tossici?
– Non lo so se ti piace ma di certo non hai mai cercato di fare altro in vita tua.
Ciro rimase seduto al tavolo guardando il Brigadiere scelto Armando dritto negli occhi.
Poi disse con tono risoluto  :
– Don Armà, quello che voi non volete capire è che i disoccupati e i poveracci comma a me, a quelli che comandano, in Italia e pure fuori, gli servono! Se il governo ‘u vulisse veramente, la disoccupazione la farebbe sparire in un giorno e le mafie sparirebbero in due giorni per mancanza di personale.
– Tu sogni Ciro, dove li piglia lo Stato i soldi per dare il lavoro a tutti? Se li inventa?
– Non lo so dove li piglia i soldi, per me li può pigliare dove li ha pigliati quando ci fu il terremoto in Irpinia! Allora di soldi ne arrivarono a camionate intere.
– Si vabbuò, Ciro, ma allora c’era la Lira e di quella ne potevamo avere quanta ne volevamo, mo c’è l’Euro e mi sa che non è la stessa cosa.
– E voi vi siete mai chiesto, Brigadiere mio bello, come mai mo ci sta l’Euro al posto di quella benedetta Lira?Nota: desidero precisare che fatti, luoghi e personaggi sono frutto di fantasia e non fanno in alcun modo riferimento a persone, luoghi e avvenimenti reali.
Michele Signa

PUTTANE

PUTTANE

di Michele Signa

puttane 2Interno giorno, la cucina di una casa nella prima periferia di Milano. Una mamma e la sua bimba di undici anni, sedute al tavolo della cucina, intingono Macine del Mulino Bianco nel caffellatte. I raggi del sole mattutino, caldi e dorati, entrando dalla finestra, illuminano la scena e scaldano la schiena della bambina seduta accanto alla madre.

– Mamma, mamma tu che lavoro fai?
– La puttana, bambina mia, faccio la puttana.
La bambina ci pensa su e chiede ancora:
– Mamma, mamma che cosa fa una puttana?
La mamma le sorride e intercetta con il tovagliolo una goccia di latte che rotola, birichina, dal mento della figlia;
– Una puttana è una donna che fa divertire gli uomini in cambio di soldi, quelli che ci servono per comperare le cose di cui abbiamo bisogno. 
La bimba sorride. Anche lei si diverte molto ogni volta che gioca con la madre.
– Quali giochi fai con gli uomini per farli divertire, mamma? Io li conosco?
– No bambina, i giochi che fa la mamma con gli uomini tu non li puoi ancora conoscere, sei troppo piccola, sono giochi che possono fare solo gli adulti.
La bambina guarda la mamma incuriosita; se a un bambino si parla di un gioco che non conosce si finisce solo per stuzzicare la sua naturale curiosità. La mamma sorride a sua volta porgendogli un altro biscotto gocciolante di latte.
– Mamma perché quegli uomini vengono a giocare con te?
– Perché la mamma è molto brava nel suo lavoro e li fa divertire tanto tanto.
La bambina prova una punta di gelosia; solo Lei ha il diritto di divertirsi con la sua mamma!
– Perché non giocano a casa loro?
– Perché a casa loro non possono fare giochi tanto divertenti quanto quelli che fanno con la mamma!
Uffa! Cosa hanno di tanto divertente i giochi della mamma da spingere quegli uomini a venire a giocare a casa sua. Anche lei ha giochi molto belli ma sono gli stessi dei suoi compagni di scuola. Solo che loro rimangono a giocare a casa propria;
– Perché le altre mamme non fanno divertire i papà a casa loro?
La mamma sorride, compiaciuta dell’intelligenza della figlia e si concentra per trovare le parole giuste;
– Vedi piccola, nei rapporti tra le mamme e i papà spesso ci sono delle cose che non funzionano.
– E’ per questo che papà se ne è andato mamma? Le cose tra voi due non funzionavano?
La bambina è davvero molto perspicace;
– Si, tesoro, le cose tra noi non andavano bene e papà ha deciso di andare via. Non sempre però si arriva a questo punto e le mamme e i papà, spesso, continuano a stare insieme nonostante ci siano dei problemi.
– Non si divertono più tra di loro?
– A volte i papà o le mamme, a casa, non trovano più  quello di cui hanno bisogno e allora vanno a cercarlo da un’altra parte.
La bambina la guarda pensierosa. Sospetta che la mamma le stia nascondendo qualche cosa.
Tira su il mento e, indispettita per la reticenza della madre, le chiede a muso duro:
– Perché non cercano di ritrovare a casa loro quello che hanno perduto invece di venire da te?
– Su piccola, non te la prendere. Intanto sappi che la mamma non si diverte affatto con loro; lo fa solo per lavoro e poi devi sapere che certe cose, una volta perse, non è facile ritrovarle ed è difficile stare senza.
La bambina china il capo di lato, soppesando le parole della madre;
– E quali sarebbero queste cose?
– Puoi rinunciare a bere quando hai sete o a mangiare quando hai fame piccola mia? io credo di no. Ecco, quando si diventa adulti ci sono altre cose a cui è molto difficile rinunciare, una di queste sono i giochi che fanno gli uomini con le donne. Giocare per loro è proprio come bere o mangiare, non se possono farne a meno!
– E tu li aiuti a soddisfare questi bisogni?
– Hai capito benissimo, faccio in modo che stiano un po meglio.
A questo punto la gelosia nell’animo della bambina lascia il posto all’ammirazione. La sua mamma svolge un lavoro davvero importante e fa felici tanti uomini che altrimenti sarebbero molto tristi.
– Inoltre– continuò la mamma – ci sono tante persone che a casa non hanno proprio nessuno, sono sole, malate o inferme e  non hanno altro modo per soddisfare queste necessità; ecco perché il mio lavoro è tanto importante.
La bimba si alzò per abbracciare la mamma;
– Che bel lavoro fai mamma, sono proprio contenta! Adesso ho capito perché gli uomini che vengono a trovarti entrano con gli occhi tristi ed escono sempre con un sorriso. Non vedo l’ora di raccontarlo alle mie amiche a scuola, scommetto che le loro mamme non sono brave come te.
– Ti ringrazio tesoro mio ma non credo sia il caso di parlare del lavoro della mamma con le tue amichette.
La bimba si scioglie veloce dall’abbraccio tornando a guardare con sospetto la mamma;
– Perché non posso parlarne con le mie amiche? Tu sei più brava delle loro mamme, l’ho capito sai? Ho riconosciuto alcuni papà delle mie compagne che vengono a trovarti e questo significa che a casa non si divertono come si divertono con te.
La mamma, a quelle parole, sorride divertita;
– Piccola mia le cose purtroppo non sono così semplici. Quello che la mamma fa con quei papà è meglio che i loro familiari non lo sappiano. Inoltre la legge lo proibisce e la mamma avrebbe grossi problemi se si venisse a sapere il lavoro che svolge in casa.
La bambina la guarda perplessa. Se agli uomini piace tanto stare con lei che motivo c’è di nasconderlo e chissà poi perché la legge lo vieta? A scuola la maestra ha spiegato che lo Stato serve a fare il bene dei cittadini non certo a punire la sua mamma solo perché tanti uomini hanno bisogno del suo aiuto.
– Mamma, tu lavori a casa e non dai fastidio a nessuno, perché allora ti vogliono punire?
La mamma le accarezza i capelli mentre cerca le parole giuste per spiegarle un concetto tanto controverso;
– Vedi piccola, io lavoro in casa e sono fortunata ma ci sono tante mie colleghe che non hanno la stessa fortuna. Sono costrette a lavorare per strada, di notte e incontrano gli uomini nelle macchine o in posti brutti e squallidi. Inoltre, molte di queste donne, non vorrebbero fare questo lavoro ma vi sono obbligate da persone cattive che le sfruttano e le picchiano. Lo Stato non vuole che questo accada e ha vietato questo lavoro.
La bambina, impaurita, va ad accucciarsi sulle gambe della madre;
– Quelle persone cattive picchiano anche te?
– No piccola mia, non più? La mamma è fortunata, te l’ho detto, adesso riesce a lavorare di nascosto, a casa e senza che nessuno le faccia del male.
– Meno male.
Dice la bambina sollevata, tornando subito dopo a chiedere:
– Perché allora lo Stato se la prende con voi puttane? 
– Perché così facendo le persone possono continuare a vivere ignorando i problemi che hanno, senza mettere in discussione la loro educazione, le loro convinzioni o le loro credenze. La vita è complicata e spesso i problemi è più facile nasconderli che affrontarliSe fosse legale fare il mio lavoro bisognerebbe ammettere che milioni di persone, nel nostro paese, necessitano delle prestazioni di quelle come me.  La verità è che prevale sempre l’ipocrisia bambina mia; è una malattia molto diffusa tra i grandi.
– Mamma, questa ipocrisia si può curare?
– No bambina mia, l’ipocrisia è quasi impossibile da curare. Ti faccio un esempio: se si venisse a sapere il lavoro che faccio sarei trattata male e si direbbero tante cose brutte su di me, se invece la mamma avesse sposato un uomo solo perché è ricco o avesse giocato con qualcuno per essere avvantaggiata nel lavoro, nessuno le direbbe niente, anzi, le farebbero i complimenti. Eppure, in tutti questi casi, il lavoro della mamma avrebbe continuato ad essere lo stesso, capisci piccola? 
La bambina ci pensa su ma non è sicura di avere compreso fino in fondo;
– Quindi c’è chi fa un lavoro come il tuo ma non rischia di essere maltrattato come te? 
– Esatto! A volte, invece di giocare con gli uomini, come fa la mamma, ci sono addirittura persone che, in cambio di soldi e vantaggi personali, vendono le proprie idee e la propria dignità. Anche loro fanno lo stesso mestiere della mamma ma invece di doversi nascondere sono persone importanti e rispettate. Questa è l’ipocrisia: simulare delle virtù che in realtà non si hanno e prendersela con chi invece fa le stesse cose ma senza fingere.
La piccola, contrariata, vorrebbe ribellarsi a questa ingiustizia. La mamma è costretta a fare il suo lavoro di nascosto mentre tanti altri, pur facendo lo stesso mestiere, possono farlo alla luce del sole e senza alcun timore, anzi se ne avvantaggiano.
Gli uomini vanno dalla mamma perché ne hanno bisogno o magari solo perché gli piace giocare con lei ma è inutile cercare di tenerli lontani se questo per loro è indispensabile come bere o mangiare. Prendersela con quelle come la sua mamma, costringerle a nascondersi, a lavorare in strada, ad essere picchiate e sfruttate da uomini cattivi, non è giusto e non serve a nulla. La verità è che la sua mamma fa un lavoro utile e necessario e tutti le dovrebbero essere grati.
– Mamma, tu sei la mamma più bellissima e meravigliosa che c’è?
– Grazie tesoro mio, ti voglio bene.
– Anch’io mamma ti voglio tanto bene.
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Michele Signa

Un Extraterrestre a Roma

Un Extraterrestre a Roma

di Michele Signa

ufoL’astronave atterrò nottetempo e senza alcun rumore in una spianata oltre i confini del grande raccordo anulare. L’Essere ne discese rapido azionando il comando che rendeva la grande nave completamente invisibile. La luce bluastra che emanava dal suo corpo immateriale illuminò la campagna per alcuni metri. Man mano che si allontanava dalla nave la luce andò affievolendosi fino a scomparire permettendo all’Alieno di muoversi invisibile nell’oscurità. Avanzava agile e leggero non appesantito dal corpo materiale che miliardi di anni di evoluzione avevano ormai eliminato.
A seconda degli stati d’animo e delle necessità l’Essere poteva manifestarsi come una sfera luminosa, una sagoma appena palpabile, dai contorni indefiniti o, se lo desiderava, solidificarsi in una forma materiale assumendo l’aspetto che più desiderava.
Superato il grande raccordo, a quell’ora della notte quasi deserto, si inoltrò nella periferia della grande città, Roma, obiettivo della sua missione. Dopo molti anni di ricerche, condotte scandagliando gli enormi spazi siderali dell’Universo, era stato individuato, nascosto nelle profonde spirali della Via Lattea, un minuscolo pianeta abitato da organismi abbastanza evoluti da meritare, forse, di essere accolti nell’intelligenza collettiva che da secoli si stava aggregando ed espandendo tra le galassie e di cui l’Essere era una parte e il tutto al tempo stesso. La zona di atterraggio era stata scelta attentamente e corrispondeva al luogo, sulla terra, dove le testimonianze dell’evoluzione dell’intelligenza umana erano più abbondanti, Roma. Mentre procedeva verso il centro della città l’Essere ammirava compiaciuto le strade e i palazzi che mostravano, passo dopo passo, i progressi compiuti dalla civiltà di quel pianeta. Monumenti, chiese, palazzi, statue confermavano le informazioni raccolte e l’opportunità di procedere a un’indagine più approfondita sugli abitanti del pianeta azzurro. L’alba iniziava a rischiarare il cielo e le strade a popolarsi; l’Essere ritenne opportuno, per non dare nell’occhio, assumere l’aspetto di un umano maschio di mezza età. Doveva entrare in contatto con gli individui di quella specie e prospettargli la svolta epocale, un nuovo stadio evolutivo: la fusione delle specie umana con l’intelligenza universale di cui egli era parte e tutto. Questo passaggio avrebbe donato all’umanità la beatitudine eterna, l’immortalità, l’annullamento del dolore e della sofferenza per accedere ad un livello di vita superiore, diventando parte di un organismo universale pur mantenendo la propria individualità. La sua missione richiedeva molta cautela: era necessario dare l’annuncio prima agli individui migliori, i più influenti di quella specie, affinché fungessero da guida per tutti gli altri. Entrò in un locale che sull’ingresso recava la scritta luminosa “Bar” e dove, a quell’ora, si erano radunati numerosi umani intenti a bere una bevanda scura e mangiare strane pagnotte a due corni, morbide e dal profumo delizioso. Anche nell’alimentazione si intravedeva l’avanzato stadio evolutivo di quella razza. L’Essere si avvicinò a uno degli umani appoggiato ad un alto bancone, intento a mangiare e con un sorriso, com’era consuetudine tra i suoi simili, abituati a convivere nella coscienza collettiva, gli chiese di condividere il pasto. L’umano lo guardò con gli occhi sgranati tirando indietro la pagnotta e dicendo;
– Aoh, ma pé chi ma’ preso? Pe’ Babbo Natale?
L’Essere non capì perché l’umano gli rifiutava la condivisione del pasto. La solidarietà, l’ospitalità, la comunione dei beni e la gentilezza verso i propri simili erano caratteristiche ben radicate nelle specie giunte ad un alto livello evolutivo.
Pensò di avere infranto qualche tradizione o regola di comportamento terrestri e pertanto, mostrando un sorriso ancora più luminoso, spiegò che egli non era del posto, era straniero e da poco arrivato in città, non aveva nulla da mangiare ne un ricovero dove dormire e si rivolgeva perciò agli abitanti del posto affinché gli offrissero ospitalità, un giaciglio per la notte e cibo per i giorni che avrebbe trascorso in loro compagnia.
Questa volta il fenomeno degli occhi sgranati si diffuse a tutti gli umani presenti nel locale chiamato Bar e subito dopo, tutti insieme, iniziarono a ridere fragorosamente.
Di nuovo l’uomo al bancone lo apostrofò con parole che non si aspettava;
– Anvedi questo! Chi ssei? Sei extracomunitario? Sei clandestino? T’ho sgamato! Perché invece de venì quà a rompe li cojoni nun ve ne restate a casetta vostra? Che ve credete? Solo pecché hai attraversato er mare su nà bagnarola noi te dovemo dà da magnà e magari te dovemo pure dà ‘n lavoro?
L’Alieno tentò di decifrare il significato delle parole che l’umano gli rivolgeva con atteggiamento bellicoso. Invero egli aveva attraversato il mare dello spazio profondo ma non riusciva a capire perché gli si negasse la dovuta ospitalità e lo si offendesse, accusandolo addirittura di cercare un lavoro.
– Perché mai, mio buon signore, oltre all’ospitalità che mi spetta dovrei anche desiderare un lavoro?
– Aoh ma stai a fa’ ‘r vago? Hai capito questo! Nun solo vole magnà a sbafo ma nun glie và manco de lavorà. E che te credi che quà stamo a pettinà ‘e bambole?
L’Alieno rimase stupito. Tornò a guardare fuori dal locale, ammirò la magnifica fontana proprio di fronte l’ingresso del Bar e ci vide i segni inequivocabili di una civiltà superiore. Una tale civiltà, per essere arrivata a costruire tali magnificenze, aveva certamente sviluppato sensibilità e tecnologia tali da non avere più alcun bisogno di lavorare. La sua specie, ormai da secoli, soddisfaceva i bisogni materiali con processi completamente automatizzati e aveva creato le condizioni affinché le intelligenze potessero fondersi e godere della bellezza della vita e dell’universo. Tornato verso l’uomo al bancone domandò con stupore;
– Come possono uomini di tale ingegno, da realizzare manufatti belli come la fontana che vedo proprio qui davanti, pensare di sprecare il loro tempo lavorando. Lei conosce chi ha realizzato questo superbo manufatto? Forse è a lui che devo rivolgermi?
– Me stai a pijà pe culo? E io che cazzo ne sò chi l’ha fatta sta robba. Sarà morto da n’pezzo. So cose vecchie quelle, nun le fa più nessuno.
Questa volta fu l’Alieno a sgranare gli occhi. Come poteva essere che le opere d’arte, i palazzi, i manufatti pregevolissimi non li faceva più nessuno.
Sicuramente aveva avuto la sventura di imbattersi in alcuni esponenti meno evoluti della specie, individui con menti ancora primitive;
– Sarebbe possibile parlare con i vostri capi? Ho bisogno di conferire con loro urgentemente.
– Boni quelli? Stanno qua dietro, s’o n’quattati a Montecitorio, o’ riconosci pecchè davanti c’è stà ‘n sacco de gente in divisa e co l’armi spianate.
– Armati? Perché, ancora usate le armi?
– E certo, mica quelli der Governo sò scemi! Se nun c’avevano gli sbirri armati a difennerli sai che culo gl’avevamo fatto!
– Perché? I vostri capi, coloro che vi guidano, hanno bisogno di essere difesi ? E da chi?
– Come da chi? Dai cittadini e da chi sennò? Quelli sò na manica de zozzi: s’abbuffeno, se fanno l’affaracci loro e a noi ciò mettono sempre ‘nquer posto. Tu forse sei extracomunitario e nu lo sai ma pe noi è sempre come scivolà su un tappeto de cazzi; ndo cadi cadi lo pij ar culo.
– Scusi ma i vostri capi non fanno il bene del popolo che governano? Non è loro preciso dovere morale farlo? E soprattutto, perché li fate comandare se non fanno il bene della specie?
– Si vabbè! Ma tu ‘ndò vivi? Apparecchia il culo per due che porto ‘n’amico! Ma l’hai capito o no che quelli se sò magnati tutto e a noi ce raccontano che c’è a crisi, che nun ce sò sordi e che dovemo dà risparmià! E noi nun famo niente, li lassamo fà, quà c’hai raggione Clandestino mio, il fatto è che semo de gran fregnoni e poi, pe dilla tutta, se ce fossimo noi al posto loro ce metteremmo a magnà pure noi, semo fatti così! Nun c’è gniente da fà!
– Ma non capisco, la vostra specie ha fatto i monumenti, le statue, i palazzi, non è possibile che vi siate ridotti in questo modo.
– E daje, quella è robba vecchia, t’ho detto! E poi ormai i monumenti, i palazzi, si sò vennuti tutti pè abbassà er debbito pubblico, dicono loro, ma a verità e che se sò messi d’accordo co n’altra manica de delinquenti fori dal’Italia pe fregasse tutto.
– Vuole dire che i vostri capi complottano contro i loro stessi simili per accaparrarsi le ricchezze del paese?
– Aoh, e sì le cose nun le sai …salle! T’ho detto che se sò ‘nventati a crisi, insieme a quel’artri amici loro in Europa che sò comunitari ma sò Zozzi e no Extra com’a te. Cò a crisi se sò pigliati tutto e noi, che nun c’avemo più un cazzo, se volemo magnà dovemo lavorà, più de prima e cò metà de sordi de prima. L’hai capita mò?
L’Alieno uscì dal Bar sconvolto e dovette far ricorso all’aiuto delle milioni di coscienze che contemporaneamente facevano parte di se e come lui avevano appena vissuto un’esperienza inaspettata e traumatica. Si erano sbagliati! Anni di ricerca che sembravano fossero stati coronati da un grande successo si rivelavano invece un sonoro fallimento. Per la prima volta nella storia dell’universo una specie, progredita fino a raggiungere un superiore stadio evolutivo, evidenziato dalla magnificenza delle arti, dal benessere diffuso, dalla tecnologia, con la felicità ormai alla portata di tutti aveva, contro ogni previsione, subito una terribile regressione. Invece di usare la tecnologia per liberare l’essere umano dalla schiavitù del lavoro, la usava per sottometterlo. Anziché creare un mondo ideale dove tutti potessero vivere felici e in armonia, coltivare le arti e la cultura, la solidarietà e la bellezza si erano consegnati inspiegabilmente alla barbarie. I loro capi, evidentemente regrediti insieme alla maggioranza della popolazione, vendevano la ricchezza e le bellezze del loro stesso paese in cambio di effimeri privilegi personali pronti a usare le armi per tenere a bada i loro simili derubati.
Mentre tornava alla sua astronave l’Essere era triste e abbattuto.
Comprendeva con disappunto che gli umani stavano tornando primitivi e non erano certo all’altezza di entrare a far parte dell’intelligenza collettiva che pulsava dentro e fuori di lui e che lo avvolgeva nell’eterna beatitudine. Senza un rumore, proprio come era arrivata, l’astronave decollò, sparendo velocissima nello spazio profondo.
Michele Signa BLOG: Vengo con questa mia ‘Addirvi’

Michele Signa

 

La leggenda della sirena

La leggenda della sirena

di Antonella Policastrese

sirenaZi Cola era un vecchio dalla barba bianca, i capelli ingrigiti, le mani e il viso consumati dalla salsedine. Trascorreva le sue giornate seduto su una roccia che si apriva a ventaglio sul mare. Quel mare che aveva avuto il potere di trasformare la sua vita, impenetrabile, a volte rabbiosa, altre volte tranquilla, sfiorata da impercettibili aliti di vento. . Quando le ombre della sera cominciavano a danzare sull’acqua che si increspava allungandosi su quello scoglio dove sedeva, Cola estraeva dal suo zaino un flauto e cominciava a soffiarci dentro per intonare su note struggenti un canto libero, quello della sua anima persa nei flutti e tra le onde. Egli sembrava richiamasse con quelle note la figura di una donna, la sua donna amata un tempo, amata adesso, amata fino a quando il soffio della vita lo avrebbe abbandonato lasciando sulla riva soltanto un corpo inerte. Erano ore intense quelle trascorse da Cola nel segreto della notte quando allungava le mani sull’acqua accarezzandola, bagnandosi il viso mentre un filo di voce usciva dal suo petto ruggente per chiamare e vedere Marina uscire come per incanto e avanzare verso di lui per stendersi vicino . Lei rapita un giorno dalle onde, ogni notte ritornava da Cola rimanendogli accanto fino a quando il chiarore del giorno interrompeva la magia di quelle ore ,che trascorrevano troppo in fretta e la vedeva svanire tra quei flutti dentro i quali tuffandosi lei ritornava nella profondità di quel mare che un giorno la fece sua sposa, strappandola al suo letto, privandolo dei suoi baci e delle sue carezze. Cola aveva sempre vissuto a Brucoli. Villaggio di pescatori. Aveva trascorso la sua infanzia sulla spiaggia. mentre il padre aggiustava reti prima di andare a pescare .Con la sua feluca si preparava per inseguire il pesce spada rimanendo giorni e giorni in mare. Il padre di Cola, Carmelo aveva tirato su quel ragazzone da solo dopo che la madre se n’era andata in silenzio da questa vita per una brutta polmonite..Non era stato facile. Spesso a venirgli in aiuto erano state le comari del vicinato che accudivano Cola, ragazzo dagli occhi neri, bello come un dio marino che cresceva in compagnia di quel mare del quale conosceva ogni cambiamento, se il vento soffiava forte o se dovesse venire già pioggia.Non c’erano segreti per lui, anzi quel mare così profondo aveva cullato le sue delusioni, placata la sua rabbia ,acceso il sorriso sulle sue labbra quando i gabbiani in coppia giocando sul pelo dell’acqua lo distraevano, allontanandolo dalla sua tristezza. Cola non aveva mai conosciuto l’affetto di una donna. L’unica :la mamma era sparita troppo in fretta , lasciandogli un gran vuoto dentro, a volte incolmabile infinito, profondo come il grembo del mare,che accoglie in se i più grandi misteri. Trascorreva la vita per quei due uomini soli e Cola cresceva a vista d’occhio con il corpo che si trasformava,come la voce non più da bambino. Da tempo i suoi occhi si erano posati su Marina sua antica compagna di giochi. Avevano trascorso insieme pomeriggi interi sulla spiaggia, rincorrendosi o costruendo castelli di sabbia se il tempo era buono . Insieme poi avevano un loro rifugio e spesso Marina lo prendeva per mano per portarlo in quell’anfratto di scoglio che solo loro due conoscevano. Era un rito propiziatorio, un auspicio :prendersi le mani e giurarsi eterna amicizia prima che l’onda rincoresse e rubasse le loro promesse. Marina crescendo aveva conservato in se quel sorriso solare di eterna bambina che le faceva sorridere anche gli occhi, liquidi cristallini come un mare limpido e azzurro. Aveva un qualcosa di misterioso Marina. Gesti i suoi quando sull’uscio ricamava il suo corredo da sposa , da sembrare quelli di una sirena che accompagnavano il canto melodioso della voce, capace di richiamava per un istante intorno a se i bambini che interrompevano i giochi pur di sedersi intorno,per fare il ritornello a quelle strofe, che invocavano la pietà del mare nel riportare a casa i pescatori al largo della costa. Mare popolato da creature viventi. Sirene, tritoni di cui nessuno conosce l’esistenza, che hanno passioni umane, capaci a volte di innamorarsi, tanto da far vivere quell’amore aldilà del tempo e renderlo eterno, come eterno il continuo andare e tornare delle onde che non conosce il tempo, se non le sue leggi immutabili e imperscrutabili per un comune mortale. Marina in realtà era una creatura che apparteneva all’acqua, nessuno conosceva quel segreto se non la vecchia donna del villaggio che l’aveva vista nascere. Dopo un parto durato due giorni, Marina venne al mondo senza emettere l’ombra di un vagito. Pensavano che la neonata fosse morta e l’anziana donna la prese tra le sue braccia per affidarla al mare Nel momento in cui la donna cominciò ad adagiarla sul pelo dell’acqua Marina emise il suo primo vagito. Non ebbe nemmeno il tempo di gridare l’anziana donna per quel miracolo, che dalle profondità si udì una voce che diceva:la bambina si chiamerà Marina e non appena sarà donna io la sposerò. Che nessuno provi a strapparla a me. La furia di questo mare si abbatterà su tutti voi e il villaggio verrà distrutto.. Figurarsi il terrore che provò la vecchia , anche se alla fine si disse:forse è solo una suggestione, forse sto solo sognando e Marina sarà una ragazza come tutte le altre… Marina non si sentiva infatti diversa dalle sue coetanee. Da piccola aveva goduto dell’amore dei suoi genitori che la coccolavano e l’adoravano come se fosse una piccola regina. Era dolce Marina, non aveva grilli per la testa e il suo amico per la pelle era proprio quel Cola che non mancava mai di proteggerla ed aiutarla qualora ne avesse bisogno. Marina cresceva, Cola diventava uomo, il tempo passava e tra i due l’amicizia presto si trasformò in un sentimento unico, forte, passionale. Un fiore purpureo, sbocciato all’improvviso, dal profumo così intenso da inebriare i sensi.. Si amavano i due ragazzi Sembravano fatti l’uno per l’altra. La conchiglia e il paruro. Così venivano definiti nel villaggio quando li vedevano camminare teneramente su quella riva e si abbracciavano, carezzandosi e baciandosi fino quasi a soffocare. Per loro i giorni erano una continua scoperta. Niente riusciva a dividerli.Erano come lo scoglio e il mare, la riva e l’acqua. Rimanevano su quella spiaggia durante le ore notturne, di serate estive, con una luna che descriveva intorno ai loro corpi un cono di luce così intensa da penetrare nei pori della loro pelle e da attrarli l’uno all’altra. Notti d’amore, notti di sospiri e respiri, di gemiti, di piacere , di anime che si attorcigliavano come i loro corpi frementi che vivevano in quegli aneliti di passione così viva da incantare persino le stelle, che ravvivavano il loro luccichio su quel mare dal profumo di salsedine, all’apparenza calmo ma nel profondo ruggente di rabbia. Nessuno può rompere una promessa e lo spirito di quel mare era sempre più deciso a riprendersi ciò che un tempo aveva fatto vivere:Marina dagli occhi fluidi, dalla voce suadente, da un’anima troppo pura da lasciarla su quella terra popolata da strane creature,e soprattutto tra le braccia di Cola. Cola aveva deciso di sposare Marina, quando il tempo delle due lune avrebbe compiuto il suo giro , puntuale per benedire l’unione di quei cuori amanti. Era quasi pronto l’abito bianco di Marina che lei stessa aveva cucito, con petali di margherite e conchiglie sparse sull’orlo del vestito, abbellito da una coroncina di pietruzze brillanti da sembrare gemme di rugiada… Fervevano i preparativi anche al villaggio. Era ormai quasi tutto pronto. Ma non avevano fatto i conti con la rabbia furiosa che nel mare covava così forte, da spandere l’acqua su tutto il villaggio che si trovò di colpo in balia di quell’onda anomala….. Ricordò la vecchia del villaggio la voce che un giorno aveva sentito e recatasi da Marina la scongiurò di annullare le sue nozze prima che di quel posto non fosse rimasta nemmeno una pietra. Piangendo con il cuore ridotto in pezzi, Marina indossò il suo abito bianco. Il tempo di trovare Cola, baciarlo appassionatamente sulle labbra, stringerlo a se per sentire in un abbraccio il calore di quel corpo così amato dall’odore inconfondibile che la eccitava ogni volta che le si avvicinava. Salì sullo scoglio, quello presso il quale lei e Cola si erano recati molte volte e si buttò in mare. La furia si placò e l’acqua avvolse per sempre Marina dagli occhi brillanti e cangianti come onda quando a riva ritorna e tutto si porta via. Come faceva Cola a darsi pace! Struggente il suo dolore, lama tagliente la perdita di quell’unico e solo amore che gli aveva cambiato la vita, regalata la felicità di colpo svanita ,lasciandolo come un vascello in balia delle onde. Da quel giorno Cola non ebbe più pace. La sua pena si placava quando la notte avanzava dopo aver spento la luce del giorno, e lui si recava in quei luoghi su quello scoglio dove insieme avevano intessuto i fili di quell’amore così grande che mai più avrebbe provato per nessun’altra donna. Ebbe pena lo spirito del mare e in una notte dorata di luna riportò Marina lì dove Cola attendeva senza speranza l’apparire di quella dolce presenza che lo faceva vibrare al suo solo pensiero. Apparve Marina dalle acque e da quel giorno ritornò tutte le notti vicino a Cola, fino a quando in un giorno d’inverno con il vento ruggente lei lo prese per mano per portarlo con sè nel suo mondo di alghe, di coralli di profondità così grande dove nessuno avrebbe loro impedito di stare ancora insieme. Ritrovarono il corpo di Cola inerte, con i suoi miseri stracci bagnati di pioggia. Era soltanto un misero corpo,ma Cola ormai si era ricongiunto a Marina per sempre. Nessuno osi dividere due cuori amanti. Vivranno per sempre uniti da amore che un tempo li aveva legati sulla terra e che nel mare aveva trovato il suo compimento.

Antonella Policastrese

Antonella Policastrese