Simbologie

di Mariano Abis

simbologieOrmai sono arrivato al punto che non mi metto a tavola, senza che non pensi che persino il gesto di nutrirmi sia condizionato da loro.
Non è certamente una forma di patologia ossessiva la mia, anche se qualcuno dei miei amici più stretti, ne ha la convinzione.
Fatto sta che qualcuno di loro, nella fattispecie quelli con i quali sono in costante contatto, pensa che sia affetto da qualche lieve forma maniacale di interconnessione con loro, come se mi stessero comunicando qualcosa.
E non lo pensa soltanto, qualcuno di loro mi ha detto chiaramente di smetterla, qualunque argomento si affronti, di pensare al come fanno, o come avrebbero fatto i nostri nemici.
Preciso che il mio nemico è quello che definisco la fetenzìa mondialista, con tutti i suoi annessi e connessi.
Non ho paura di usare il termine “nemico”: il buonismo a tutti i costi non mi interessa.
Ribatto che sarebbe il caso di guardarci intorno, e di fare uno sforzo per capire in quali e quanti modi (che mi sembra di poter definire evidenti), ci condizionano.
E non parlo di tecnologie alle quali noi non possiamo attingere, no, parlo delle simbologie e dei simbolismi spiccioli che loro piazzano in ogni dove.
Parlo di termini usuali, popolari (che popolari non sono perchè non codificati o inventati dalla gente), termini “trovati” da loro, essi finiscono per la maggior parte con ISMO.
Femminismo, comunismo, nazismo, fascismo, indipendentismo, razzismo, un popolo oppresso non cerca indipendenza, indipendenza da chè?
Non esiste nella mente delle persone il concetto di dipendenza, a meno che uno non ritenga di essere schiavo, avendo accettato supinamente quella condizione.
Nell’intimo del nostro cervello esiste una altra parola : Libertà.
E loro, le oligarchie culturali, col tempo, ci hanno imposto gli “ismi” in modo da disgregarci, il manifesto dei banchieri del 1892 è illuminante e recita testualmente “dividendo la gente la induciamo a consumare le sue energie in lotte su questioni per noi di nessuna importanza”.
Gli “ismi” fanno giusto al caso loro, come si può ben immaginare.
Io sono sardo, e nella mia lingua originaria, per quanti sforzi faccia per trovare la traduzione di ismi, non ci riesco, segno che forse non venivano usati, perchè essi non sono mai stati nel nostro intimo ancestrale.
Ora molti sardi, purtroppo, usano adattamenti neologici, ma sono convinto che chi usa quelle parole sia un servitore inconsapevole della cultura dominante, e accompagna spesso quelle parole imposte con termini falsamente “buonisti”.
Sappiamo benissimo che il loro sport preferito è il plagio mediatico supportato da condizionamenti globalisti.
Hanno a disposizione sociologi, psicologi, artisti, persino poeti, esperti di computergrafica, sanno come utilizzare immagini e colori, suoni e il cervello altrui.
Gente che riesce a sintetizzare concetti, filosofie, testi e comunicazione, le università al loro servizio, istituiscono persino premi per scovare talenti che fanno al caso loro.
La musica è uno dei loro campi preferiti, i talenti musicali che vanno per la maggiore sono foraggiati da loro, non fatemi fare i nomi, ci sono quasi tutti, e nessuno può fare carriera se non ha la loro approvazione, a volte sopportano qualcuno che evidenzia avversione alla fetenzìa, ma lo lasciano agire unicamente per dimostrare che si vive in un ambito non dittatoriale.
Ma siamo comunque evidentemente immersi in una malefica dittatura culturale planetaria.
Stando tentando di farci diventare tutti ovinidi, come direbbe un mio caro amico.
Però, mi chiedo, perchè noi, prigionieri di questo immenso matrix, non possiamo sfruttare, almeno alla bell’e meglio, le lezioni che ci impartiscono?
Penso, per esempio , che abbiano strumentalizzato le risultanze edipiane, sfruttate anche nello studio dei segni che la nostra grafia lascia sul foglio, l’alto indicherebbe spiritualità, il basso istintività, la direzione destra andare avanti, verso il padre, la direzione sinistra regresso, il passato, la maternità, l’ancestrale, il centro, la periferia, angoli e rotondità, pressione o leggerezza.
E che male c’è, dico io, il senso di maternità?
Il tornare indietro verso la nostra nascita?
Mica questa è la nostra prima vita, rendo l’idea?
Sono di parte, la mia cultura e la mia sensibilità si sono formate nella terra più matriarcale che esista al mondo.
Confusione o razionalismo.
Progressismo e progressività, abbiamo subito bene, purtroppo, i pessimi risultati.
E allora?
Perchè non inventare le nostre simbologie popolari?
Perchè non scegliere e diffondere i nostri messaggi?
Perchè non pianificare una serie di imput che certifichino senza ombra di dubbio che un certo simbolo prodotto, proviene unicamente dalla nostra cultura popolare, quella che ancora non sono riusciti ad ingabbiare?
Quella che va avanti incurante delle imposizioni elitarie?
Faccio un ragionamento, cercando di render l’idea di quello che voglio comunicare.
Ammettiamo che la gente scelga come simbolo caratteristico che la rappresenti, il colore indaco.
Ammesso e non concesso, come direbbe un grande.
Ecco, se l’idea è accettata, ogni forma di comunicazione popolare dovrà avere dei riferimenti a quel colore.
Un colore che ci rappresenti tutti.
Un colore che indichi giustizia, libertà, catene spezzate, sovranità personale, senso del bello e senso etico, non sto a specificare oltre, altrimenti facciamo notte, e voi vi stufate di leggermi.
Una canzone, se vuole comunicare in senso popolare, dovrà avere un riferimento a quel colore, un quadro non ne dovrà essere privo, basterebbe un puntino, una organizzazione popolare lo dovrà contenere, in ogni simbolo popolare dovrà essere evidenziato quel colore.
Abbiamo le scatole piene di occhi di horus, colonne e piramidi, di falci e di martelli, simboli mssonici, quelli sono simboli che dobbiamo rifiutare prima di tutto nella nostra mente.
E dato che “io sono mlns” , e dato che mi diletto di grafica, immagino di inventare un nuovo simbolo, per il Movimento o per la sardegna, cercherò allora di inserire in quella mia realizzazione il verde smeraldo del “mio” mare, il verde scuro della macchia mediterranea, il grigio-marroncino delle pietre nuragiche, magari il nero intenso dell’ossidiana, il bianco delle nevi del gennargentu, il celeste del cielo, quello che mi piacerebbe vedere, senza inutili e apocalittiche velature, e infine il colore della gente, che per convenzione abbiamo deciso essere l’indaco.
E dato che, come è ormai assodato, io sono mlns, nella mia casa e all’esterno di essa dovrà campeggiare il mio simbolo popolare, contenete il colore indaco.
Una bandiera sul balcone o sulla terrazza, un intervento a mo’ di murale sulla facciata che dà alla strada, un logo sulla mia cassetta delle lettere.
Un colore dentro la mia mente, un colore di libertà.

Mariano Abis

Mariano Abis

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